Mobilitazione popolare e sindacale dopo l’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi.

Esistono segni e linguaggi che semplificano di colpo la complessità, la scarnificano, arrivano dritti all’obiettivo: inequivocabili, tragicamente rituali, premonitori, a volte definitivi. La mafia li utilizza abitualmente. Così definisce gli ambiti di chi è dentro o fuori le sue regole, marchiando a fuoco i confini, per lasciare nel mezzo masse indifferenti, testimoni involontarie di vendette esemplari.

A volte si comincia con pallottole intimidatorie, come è accaduto a Sant’Agata di Militello, nella provincia “babba”, stupida, in realtà crocevia regionale di interessi mafiosi dei clan catanesi dei Santapaola e di quelli messinesi e tortoriciani dei Bontempo Scavo e dei Conti Nibali.

Al centro il Parco dei Nebrodi, il più grande parco regionale della Sicilia, con i suoi 86mila ettari appetibili al grande illecito dei contributi su pascolo, e un presidente onesto, Giuseppe Antoci, che a questi affari ha detto basta. Negli anni ‘80, quelli della nuclearizzazione e dei missili Cruise a Comiso, questo territorio doveva diventare il più grande poligono di tiro d’Europa. Il movimento pacifista, le forze democratiche della sinistra sociale e politica e Cgil Cisl Uil contribuirono a fare di Comiso un aeroporto civile, e dei Nebrodi un parco regionale.

Oggi siamo di fronte ad un’altra sfida, difficile e meno popolare, in tempi di riflusso e privatismo: la rottura sui Nebrodi di un patologico patto sociale decennale che vede protagonisti l’Agea, agenzia per l’erogazione dei fondi europei per lo sviluppo rurale; i centri di assistenza agricola addetti al controllo sulle domande di contributi agricoli; associazioni private che producono false autocertificazioni; la mafia rurale, formata da clan sanguinari che negli anni ‘90 a Sant’Agata di Militello, oggi sede del parco, aveva usato le bombe per far saltare in aria il negozio di uno dei fondatori dell’associazione antiracket, Calogero Cordici. Allora la reazione civile fu eccezionale: in quella cittadina Bruno Trentin, segretario generale della Cgil, parlò ad una folla a cinque cifre.

Oggi parliamo di un gigantesco giro d’affari regionale: oltre 5 miliardi di euro in due piani di sviluppo rurale, solo nel 2014-20 oltre 2 miliardi e 200 milioni. La Sicilia ha ricevuto la maggiore dotazione finanziaria nazionale. Protagonisti principali della rottura: Venezia, sindaco del comune di Troina (Enna), ed Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi, entrambi sotto scorta, entrambi decisi a porre fine alle truffe milionarie della mafia rurale. Attraverso la stipula presso la prefettura di Messina di un protocollo pilota sulla legalità, contraenti il prefetto Trotta ed Antoci, si è introdotto nel 2015 l’obbligo della certificazione antimafia e dei carichi pendenti anche per i terreni di valore inferiore a 150mila euro, prima esclusi. Oggi questo protocollo vale per tutta la Sicilia, e sembra che il ministro Martina voglia tradurlo in legge nazionale. Un “terremoto di legalità” che ha già prodotto i suoi risultati: bloccate 23 delle 25 certificazioni tra Enna e Messina per presenza di reati di associazione mafiosa e legami con i più potenti clan dell’isola; revocate assegnazioni per 4.200 ettari di territorio, la revoca più consistente in Italia.

Si tratta di un colpo alle concessioni a canoni irrisori ad aziende prive di certificazione, strappate a prezzi stracciati ai legittimi proprietari dalla mafia. Ma un colpo anche ai fiancheggiatori, alle organizzazioni complici o conniventi, e ai dipendenti pubblici compiacenti. Un dato per tutti: ogni mille ettari di terreno si possono ottenere contributi per 550mila euro l’anno. Mentre si cercano i mandanti dell’attentato al presidente del parco, è iniziato il rituale del fango, la delegittimazione, le insinuazioni su u n attentato costruito ad arte a fini elettoralistici, e il disgustoso teatrino della falsa antimafia.

L’11 giugno scorso, Cgil Cisl e Uil regionali hanno organizzato una manifestazione per la legalità e lo sviluppo a Cesarò, dove si è verificato l’attentato al presidente Antoci. La segretaria nazionale Cgil, Gianna Fracassi, ha ricordato come si debba tenere lontana l’antimafia dei pennacchi, per fare spazio a quella vera, pulita, autentica. Sarà un percorso lungo, che seguiremo fino in fondo, dove non serviranno eroi ma le istituzioni, i corpi intermedi. Soprattutto, accanto all’antimafia sociale, agli uomini e alle donne coraggiosi, la gente, la coscienza civile, quelli che la mafia vuole tenere nel mezzo a guardare o a ignorare. Ci sarà bisogno del popolo delle “terre di mezzo”. 

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