Governi che simpatizzano a tempo per un Cesare populista e democratico, senza modificare gli asset strutturali del potere di mercato e della sua gestione, creano disuguaglianze profonde.

Attenzione all’enorme disuguaglianza che si determina e struttura nell’arco temporale degli ultimi quindici anni. E’ storia antica, ma punto il dito contro l’idea che i mercati - del lavoro, dei beni capitali, della produzione e vendita - lasciati a se stessi creano opportunità efficienti e stabili per la moltitudine. Se la mano pubblica spende e spende bene, i deficit sono superabili. Queste considerazioni evidenziano che la politica, il suo ruolo, sono fondamentali e centrali per il benessere diffuso della nazione. Invece siamo avviati verso una terribile correlazione: al crescere delle disuguaglianze materiali e immateriali, cresce la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche persone, e le politiche pubbliche non creano sufficienti leve per il cambiamento. Cambiamento che attiene alla crescita della nazione, e non ad un limitato numero di persone.

La misura reale della crescita della nazione è data dalle condizioni di vita delle sue famiglie: reddito e ricchezza disponibile. L’economia delle nostre famiglie ha retto in parte la crisi ancora in corso, ma le vulnerabilità sono robuste e chiare. L’abbrivio del nostro modello economico non è dei migliori. Bisogna rivedere abitudini e diffuse credenze, ad esempio intervenire in merito alle informazioni imperfette e asimmetriche che regolano il mercato. L’assenza di interventi determina un rischio sistemico che impoverisce la moltitudine, e crea ricchezza per una esigua porzione di persone.

Di chi è la colpa? La mia opinione è: banche, investitori, e molti complici. Il mercato non basta, i decisori pubblici devono fare la loro parte per curare il dolore fisico e morale della crescente disuguaglianza. Disuguaglianza non solo materiale ma dei diritti, non di voto ma di accesso alle regole dei mercati e al loro funzionamento. In questa impostazione la disuguaglianza assume una forte dimensione politica, di scelte. Come invertire la tendenza di tanta ricchezza concentrata nelle mani di poche persone? La disuguaglianza è in massima parte responsabile della difficile crescita della nazione, decisioni politiche e scelte differenti sono possibili. La nostra economia paga un prezzo elevato per tutto quello che non facciamo, per le iniquità che consolidiamo, per i diritti che non ampliamo.

Pensate alla contagiosa euforia per le innovazioni tecnologiche, alle nuove forme di mercato portatrici di grandi opportunità: la new economy ad esempio, dov’è finita? Le disuguaglianze italiane, le disuguaglianze di India e Cina dove vive il 45% della popolazione mondiale: questioni di scelte politiche, di modelli economici e produttivi.

Tornando nella nostra terra, ricordo che la disuguaglianza economica e di opportunità è spiegata dall’idea lombrosiana della ricchezza, e nella versione democratica rende omaggio alla grinta e ingegno di chi accumula ricchezza: se cresce la ricchezza, cresciamo tutti. E’ una pessima impostazione che ritorna alla metà del XIX secolo, alla teoria della produttività marginale: il possedere redditi elevati come conseguenza di una produttività elevata, insieme all’offerta di contributi migliori. Ricordo alle donne e uomini innamorati di questa teoria i manager delle multinazionali, delle banche e di tante imprese nazionali che hanno determinato il fallimento delle aziende che gestivano, intascando copiosi premi definiti di produttività, spesso accompagnati da robuste stock option di mantenimento.

Distanti, molto distanti, gli invisibili: quale percorso professionale è previsto per diplomati, donne, laureati e senza titolo di studio? Ripeto: percorso di crescita professionale, non il lavoro come contratto estemporaneo di una vita. La disuguaglianza economica è materiale e morale. Cresce la disuguaglianza, si restringono le opportunità. La disuguaglianza rende l’economia meno efficiente. Questi elementi si strutturano determinando moltiplicatori negativi e marginalità di azioni collettive che lasciano in periferia, ruoli e istituzioni, percorsi di vita.

L’attenzione alle disuguaglianze: la grande assente all’ovale tavolo economico dei paesi industrializzati, che di perfetto presenta solo la forma geometrica, non il contenuto. Governi che simpatizzano a tempo per un Cesare populista e democratico, senza modificare gli asset strutturali del potere di mercato e della sua gestione, creano disuguaglianze profonde. 

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