Il governo presieduto dal segretario del Pd, Matteo Renzi, sta portando un attacco frontale al lavoro, come soggetto generale, e alle sue organizzazioni. I dimezzamenti dei distacchi dei comparti pubblici; i tagli dei trasferimenti per caaf e patronati (che svolgono attività in nome e per conto dello Stato a tutela dei lavoratori e dei pensionati); i mancati rinnovi dei contratti pubblici, nei quali il governo è diretta controparte; l’aumento esorbitante dei costi per far ricorso alla giustizia da parte dei lavoratori e delle loro organizzazioni; l’assoluta libertà di licenziare, il demansionamento e la video sorveglianza, sono e rappresentano elementi chiari e non interpretabili di tale scelta. L’attacco è al valore del lavoro, ai lavoratori e alle lavoratrici, alla loro possibilità di organizzarsi liberamente all’interno dei posti di lavoro, e in liberi e autonomi sindacati.

La Cgil come sindacato confederale di classe e di popolo è incompatibile col governo, perché il governo ne nega alla radice il suo essere soggetto di rappresentanza generale del lavoro. E’ per questo che non è possibile aspettare che passi la nottata. E’ il primato dell’impresa, l’ideologia del libero mercato, i cascami del neoliberismo di marca reaganiana e thatcheriana – ibridati con la subcultura cattolica della carità - mischiati col decisionismo di marca craxiana.

Sul piano delle politiche economiche siamo al taglio dello stato sociale e della scuola e ricerca pubblica, al massacro delle pensioni, ai vantaggi fiscali per la rendita, all’assenza di politiche industriali che contrastino efficacemente sia la distruzione ulteriore di un apparato produttivo già ridotto di un quarto rispetto all’inizio della cosiddetta crisi, sia l’assoluta obsolescenza di quel che ne resta. Sul piano dell’idea di società è la controriforma della scuola, col preside manager e la costruzione di docile manodopera senza spirito critico e cittadinanza. Sul piano costituzionale e istituzionale è la chiusura neoautoritaria, con il predominio del governo a scapito del parlamento e della rappresentanza, sancita dal combinato disposto di modifiche costituzionali e italicum.

A questo attacco la Cgil ha deciso di rispondere passando alla controffensiva, attraverso la trasformazione della Carta universale dei diritti del lavoro in legge di iniziativa popolare, affiancandola alla raccolta di firme per tre referendum abrogativi su vaucher, responsabilità in solido e articolo 18. Una controffensiva, tuttavia, rispetto alla quale dobbiamo valutare tutte le difficoltà, le resistenze, gli arretramenti, le contrarietà: sia nel gruppo dirigente nazionale e periferico, che nel corpo vivo dell’organizzazione, quadri e delegati.

Non ci possiamo e dobbiamo permettere nei confronti del governo la più piccola ambiguità o cedimento. La traduzione del giudizio critico e negativo sulla riforma costituzionale nella indicazione di voto per il “No” al referendum di ottobre sarà un passaggio decisivo nel posizionamento della Cgil. Una Cgil unita dunque, e plurale. Unità e pluralismo confederale sono i cardini di questa stagione della nostra organizzazione. L’unità della Cgil e l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici attraverso le Rsu, come indicato nell’accordo su rappresentanza e rappresentatività, oggi da tutti condiviso e valorizzato a differenza di un passato recente.

E’ una proposta, quella della Cgil, ambiziosa e di lungo respiro. Che ha bisogno di essere intimamente e attivamente condivisa e sostenuta. E’ inattuabile da chi si ritiene stanco o superato, tantomeno da chi non la condivide. E’ uno scenario di lungo periodo che cambia oggettivamente le nostre dinamiche interne, e che costringe e sollecita tutti a interrogarsi su quale sia la maniera più consona per far vivere quel pluralismo confederale delle idee e delle pratiche, ancor più necessario nei tempi presenti. Che riprenda il marxismo come strumento di analisi e di trasformazione della società; che si ponga il problema della mancata rappresentanza politica del lavoro; che indichi un modello organizzativo che superi l’attuale verticalizzazione e burocratizzazione dell’organizzazione, ridisegnando i confini categoriali e l’aderenza al territorio; che recuperi una coerenza di comportamenti e di valori. l

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