Riforma costituzionale e italicum configurano un sistema che deciderà secondo le indicazioni del capo di una minoranza. Sacrificando rappresentatività del Parlamento, libera espressione del diritto di voto, autonomie regionali, partecipazione dei cittadini ed equilibrio dei poteri. Il popolo italiano è chiamato a dire “No”.

Silvio Berlusconi aveva indicato la strada. Per arrivare a una forte “governabilità”, con un ruolo accentrato dell’esecutivo e del suo capo, occorreva operare su due livelli, da un lato modificando profondamente la Costituzione, dall’altro approvando una legge elettorale drasticamente maggioritaria. Quel tentativo è fallito, per merito del referendum popolare del 2006, e della sentenza numero 1 del 2014 della Corte Costituzionale.

Ma l’insegnamento è stato ripreso dal governo Renzi. Una Costituzione che divide, che non gode di un ampio consenso, approvata attraverso forzature parlamentari di ogni tipo (canguri, sostituzione di parlamentari nella commissione Affari costituzionali), che insomma non è un patto di convivenza, si è alla fine trasformata in fatto personale del presidente del consiglio, che già dal dicembre 2015 ha subordinato all’esito favorevole del referendum la sua permanenza a palazzo Chigi.

Una riforma del Senato che non convince nessuno, sottrae alle Regioni una serie di competenze compreso il controllo del territorio, e impone loro una “clausola di supremazia” per effetto della quale, su proposta del Governo, anche le materie di competenza delle Regioni possono essere regolate in via esclusiva dallo Stato. Nella logica che ha ispirato la riforma, per il Senato non c’è il voto popolare, ma un’elezione indiretta da parte dei Consigli regionali.

Con la legge elettorale, un elemento essenziale della costituzione materiale della terza Repubblica verso la quale stiamo andando, si instaura un nuovo rapporto fra Governo e Parlamento. Per effetto del ballottaggio, una minoranza conquisterà 340 seggi (gli stessi previsti dalla riforma Berlusconi), cioè il 54% dei deputati. Il segretario del partito vincitore, cui è riservato il potere di indicare i 100 capilista bloccati nei 100 collegi, e di scegliere in quale collegio viene eletto un candidato capolista che risulti primo in più collegi, diventa capo del governo. In questa veste, potrà chiedere alla Camera dei deputati (questo prevede la nuova Costituzione) di adottare un’agenda di lavori che permetta la discussione dei suoi progetti di legge, connessi all’attuazione del programma di governo, in tempi brevi e certi, con una lesione del principio della separazione dei poteri.

E le opposizioni? Si dice che verranno tutelate con lo Statuto delle opposizioni. Ma questo Statuto verrà approvato con il regolamento della Camera, cioè dalla maggioranza assoluta dei deputati. E si è visto a chi appartiene questa maggioranza. Come non vedere che ci stiamo avviando verso una “democrazia dell’investitura”?

Si è cosi giunti a configurare una “democrazia decidente”, che deciderà secondo le indicazioni del capo di una minoranza, con il sacrificio della rappresentatività del Parlamento, della libera espressione del diritto di voto, delle autonomie regionali, della partecipazione dei cittadini e dell’equilibrio dei poteri. Contro questo progetto il popolo italiano è chiamato a dire “No”.

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