Non è scontato il giudizio sulle nostre proposte da parte della “prima generazione disintegrata nella struttura, e integrata nella sovrastruttura”.

Non senza una certa apprensione, e con le difficoltà connesse a una macchina organizzativa che nelle sue articolazioni categoriali e territoriali non ha lavorato con la stessa alacrità, la prima tappa relativa alla consegna della firme dei tre referendum abrogativi delle norme sul lavoro ha raggiunto, senza dubbio, un risultato positivo.

Se si considera che i due referendum promossi contro l’assalto alla Costituzione del 1947 non hanno raggiunto l’obiettivo delle 500mila firme, mentre i quattro referendum promossi da un variegato arco di forze, a partire dalla Flc-Cgil, dovranno attendere il vaglio della Corte di Cassazione sul numero di firme valide, si può essere moderatamente soddisfatti per l’impegno spasmodicamente profuso.

Come giustamente ha rilevato Giacinto Botti nell’editoriale del numero 9 di Sinistra Sindacale, a fronte di “una sinistra che ha perso identità e anima”, serve a poco affidarsi alle sirene del movimentismo, poiché solo chi dispone di una sicura base organizzata può prefiggersi determinati obiettivi e raggiungerli.

Diversamente, se si considera il rapporto tra firme raccolte e iscritti che hanno partecipato alle 41mila assemblee che hanno caratterizzato la fase di consultazione, per non parlare degli iscritti di tutta la nostra Confederazione, si comprende come non tutte le potenzialità sono state aggredite con le strumentazione più adeguata a disposizione. Soprattutto in ragione dello scarto rilevante tra le firme autenticate e quelle certificate, per via di quel nuovismo imperante che affida superficialmente al mezzo informatico quanto tradizionalmente nei referendum è sempre stato il risultato di una certosina raccolta di firme, su moduli rigorosamente comunali da parte di esteso corpo militante.

Tra l’altro, paradossalmente, la raccolta di firme si è contraddistinta per l’elevato numero di banchetti tenuti nei mercati comunali, nelle piazze, davanti agli ospedali, nonché per le migliaia di firme sottoscritte agli ingressi delle nostre sedi, laddove sono collocati i nostri patronati.

Mentre ha scontato due debolezze, sulle quali è opportuno riflettere, stante che l’appuntamento per la consegna delle firme sulla “Carta dei Diritti universali” del lavoro è previsto per i primi di ottobre, la raccolta delle firme che comunque continua. Da un lato, nei luoghi di lavoro siamo arrivati con un incomprensibile ritardo, cosìcché, considerata anche l’inesperienza di molti nuovi delegati, privi di una qualche formazione politica, il risultato quantitativo non è stato all’altezza delle aspettative. D’altro canto, nei tanti banchetti realizzati, è risultato difficile avvicinare e coinvolgere proprio quei giovani a cui, tendenzialmente, le nostre proposte hanno l’audacia e l’ambizione di rivolgersi.

Per le generazioni che hanno lottato per conquistare lo Statuto dei Lavoratori, e quelle successive che hanno goduto delle norme che lo Statuto ha garantito all’insieme del mondo del lavoro, l’adesione all’iniziativa promossa dalla Cgil in controtendenza all’ideologia liberista è stata consequenziale alla loro visione critica dell’esistente. Invece questa coincidenza di giudizio non è scontata per le nuove generazioni.
Le risposte ai banchetti sia sui voucher – “Sono meglio del lavoro nero” - sia sulla reintegra nei luoghi di lavoro – “Se faccio il mio dovere il datore di lavoro non mi caccia” - nonché l’incoscienza diffusa sulla necessità di una riscrittura della sfera dei diritti, sono il prodotto di una condizione lavorativa precaria (il 57% degli under 25 secondo l’Employment Outlook dell’Ocse), di un individualismo crescente, e di una propaganda mediatica che ha fatto tabula rasa di alcune certezze consolidate.

Vi è quindi una contraddizione palese nel nostro blocco sociale di riferimento che prima o poi dovrà essere affrontata, poiché, come ha giustamente evidenziato il giovane filosofo Diego Fusaro in “Europa e Capitalismo”: “I giovani di oggi sono la prima generazione disintegrata nella struttura – proprio perché costretti al precariato e alle forme contrattuali più meschine - e integrata nella sovrastruttura”.

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