Anche le immondizie fanno parte della nostra vita. Ogni giorno cuciniamo, mangiamo, puliamo casa, ci laviamo. E i sacchetti biodegradabili dell’umido, delle plastiche, del vetro, della carta si riempiono. Pronti per essere ritirati e avviati ai centri di riciclaggio e recupero. Poi c’è quello che resta, i rifiuti che non possono avere una nuova vita. Negli anni sono diventati sempre meno, ma continuano a esistere. Così come continuano a esistere gli inceneritori, che trasformano in energia quello che proprio non è possibile recuperare.

Esistono anche i rifiuti speciali e pericolosi, gli industriali e gli ospedalieri, che hanno una filiera di smaltimento a parte. Per quelli “di casa”, appunto i rifiuti urbani, quelli irrecuperabili vengono bruciati nei tanti impianti esistenti. Quando però se ne vorrebbero fare di nuovi, le popolazioni si ribellano. L’equilibrio non è facile da raggiungere, ci sono riusciti il Veneto e la Lombardia, regioni che da vent’anni hanno il record italiano di raccolta differenziata.

In uno di questi, quello di Desio, lavora Giulio Fossati, da diciannove anni. “Sono entrato quando il ciclo dei rifiuti era ancora affidato agli enti pubblici, ai comuni. Poi negli anni si sono costituite società specifiche, di volta in volta partecipate dagli enti locali e, ad oggi, anche con alcune quote azionarie private”. Società miste pubblico privato, incaricate della raccolta, del recupero-riciclo e dello smaltimento finale. Che ancora nel 2016, specialmente nelle regioni meridionali, vuol dire discariche enormi, maleodoranti, sature di veleni. Basti pensare a Malagrotta, alle porte di Roma, dove da decenni vengono ammassati alla rinfusa i rifiuti della capitale. Poi ci sono discariche nascoste, costruite e gestite dalla criminalità organizzata - la Terra dei Fuochi in Campania - dove i rischi per la salute umana sono altissimi.

A Desio, comune della ricca Brianza, c’è un impianto di ultima generazione. E non ci sono discariche. “Siamo una sessantina - racconta Fossati - divisi fra tecnici che si occupano di far andare avanti l’impianto, e impiegati amministrativi”. Sono dipendenti della società Brianza energia ambiente Spa, una società per azioni costituita ad hoc per la gestione della struttura. “Lavoriamo a ciclo continuo, compreso Natale e Capodanno, perché l’impianto non può rallentare la sua attività. Il forno deve essere sempre ad altissima temperatura per ridurre il più possibile le emissioni potenzialmente pericolose. Lavoriamo su tre turni, quelli classici mattina-pomeriggio- notte, con un contratto che prevede trentotto ore settimanali”.

Fino a quando Desio ha contribuito allo smaltimento dei soli rifiuti lombardi, la popolazione si è fatta una ragione della necessità di questa dotazione impiantistica. I problemi sono arrivati quando il governo Renzi, con il decreto legge “Sblocca Italia”, ha previsto la libera circolazione dei rifiuti in tutto il territorio nazionale.

Va da sé che il settore è di quelli che non conoscono crisi. Perché tutti produciamo rifiuti. “Nel territorio brianzolo e nei comuni soci della Bea - spiega Fossati – la differenziata è intorno al 65%. Si può fare ancora di più”. Fossati vede il pericolo: negli ultimi tempi la gestione dei rifiuti è diventata regionale, sono stati privilegiati gli impianti più grandi. Potenziali affari, appetibili per imprenditori disinvolti, che vorrebbero entrare nel business dell’incenerimento: vale per tutti il caso della Italcementi, che vorrebbe trasformare gran parte del suo cementificio di Clausco d’Adda in un inceneritore. Fra le proteste di tutti i comuni limitrofi.

Capitolo salario. In questo caso è il delegato della Rappresentanza sindacale unitaria, eletto per la Filctem Cgil, a parlare: “Noi ‘vecchi’ abbiamo mantenuto i nostri livelli contrattuali, gli scatti per l’anzianità e gli altri diritti e tutele conquistati con faticose vertenze sindacali. Lo stesso non si può dire per i giovani. Già avrebbero bisogno di molta più anzianità di servizio - fra apprendistato e contratti ‘slim’ - per arrivare ai nostri livelli. Ora poi ci si è messo anche il jobs act a complicare ulteriormente la loro vita, in particolare di quelli coinvolti da gare d’appalto e cambi vari di società”.

Fossati guarda con preoccupazione al futuro dei suoi compagni di lavoro meno tutelati, più ricattabili. “Ci sono anche le ricongiunzioni onerose dei lavoratori delle società ex municipalizzate che andranno a privatizzazione, obbligando i lavoratori al cambio di comparto pensionistico, lasciandoli senza pensioni, vedi i colleghi del settore gas. I diritti non dovrebbero mai essere bruciati. E se si pensa che un referendum approvato da 27 milioni di cittadini aveva proibito la privatizzazione del ciclo dell’acqua, dei rifiuti e dei trasporti, l’amarezza aumenta”

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