Il Kaporalato, autotrasportatore-collocatore di “merce umana” al servizio delle moderne aziende agricole, appare in Puglia agli inizi degli anni ’60, per selezionare la manodopera, imporre il lavoro nero, il sottosalario, l’orario di lavoro infinito, eliminando con il licenziamento i ribelli, come i kapò neonazisti. E mettere fuori gioco l’organizzazione sindacale di classe. Caporalato come controffensiva al grande ciclo di lotte bracciantili degli anni ‘40-‘50 con l’occupazione delle terre, gli scioperi alla rovescia, e l’organizzazione di grandi masse bracciantili che rivendicavano contratti, salari, istruzione per i figli, sanità e pensioni, organizzandosi nei sindacati e nella Federbraccianti Cgil in particolare.

I consumi e la motorizzazione di massa del boom economico fecero il resto: senza i furgoni, non si poteva andare a lavorare a 150 chilometri di distanza. Lo Jonico-Metapontino e il sud-est barese impiantarono migliaia di ettari in orto-frutta. La manodopera in prevalenza femminile (ex raccoglitrici di olive e nuove generazioni) fu prelevata dalle zone collinari disagiate della Puglia, in particolare dal brindisino e dal tarantino. Nei Ford Transit da otto posti i caporali riuscirono a stipare anche più di quaranta donne. Decine di donne morirono tra le lamiere dei pulmini della morte e centinaia rimasero ferite nei numerosi incidenti stradali. Centinaia di incidenti furono tenuti nascosti anche dalle stesse lavoratrici, minacciate da padroni e caporali. Durante lo sciopero per il contratto provinciale del 1970 ci furono scontri durissimi ai picchetti stradali. Più volte i caporali vennero alle mani contro le lavoratrici, gli attivisti e i dirigenti della Federbraccianti, persino con le pistole in pugno, come a Villa Castelli nel brindisino. I ‘70 furono anni duri: l’ostilità dei governi democristiani contro il sindacato e i lavoratori era cronaca giornaliera. Le forze dell’ordine, durante i picchetti stradali, contrastarono più gli attivisti della Cgil che i caporali.

Negli anni ‘80-‘90 si sancì una frizione generazionale tra gli anziani braccianti con la protezione degli elenchi a validità prorogata, che si avviavano al pensionamento dopo aver lavorato senza caporali, e le nuove generazioni, costrette ad accettare i diktat dei caporali per garantirsi almeno le 51 giornate utili per i minimi previdenziali. Il 9 maggio 1980, in un tragico incidente stradale, persero la vita Pompea Agentiero (16 anni), Lucia Altavilla (17) e Donata Lombardi (23 anni). Una grande manifestazione unitaria si tenne a Ceglie Messapica, nel brindisino, con Donatella Turtura. Ci fu un punto di svolta delle istituzioni nei confronti del caporalato. La magistratura avviò le prime indagini, polizia e carabinieri sequestrarono i pulmini per sovraccarico.

Paradossalmente i governi Dc vararono provvedimenti che rafforzarono il caporalato. La Federbraccianti e la Cgil spesso rimasero sole insieme ai magistrati e alle forze dell’ordine ad affrontare il caporalato, infiltrato dalla criminalità organizzata. Ma negli stessi anni avviarono l’esperienza di autogestione. Centinaia di braccianti, con l’articolo 8 bis e il trasporto pubblico a carico delle aziende, si liberarono dal caporalato. Significativa fu l’esperienza avviata dalla lega Federbraccianti di Ceglie Messapica nel 1986. Ancora un incidente mortale e il sequestro dei pulmini; i caporali aizzarono le donne contro la Cgil per la perdita del lavoro. Così, con il sostegno del sindacato, furono avviate linee di trasporto pubblico verso il sud-est barese e lo Jonico-Metapontino, convenzionate con le Regioni Puglia e Basilicata. Mai nessuna delle lavoratrici fu licenziata e tutte superavano le 151 giornate annue. Si tennero assemblee retribuite ed incontri in tutta Italia con lavoratrici di altri settori per condividere l’esperienza di liberazione.

Infinite furono le provocazioni contro le protagoniste di quella straordinaria lotta, che cessò nel marzo del 1993, in seguito all’irruzione e alle minacce di morte che i caporali proferirono in piena assemblea sindacale. Decine di donne (riunite in solidarietà con due braccianti agricole violentate dai caporali) fuggirono via dal salone della Cgil in preda al terrore. L’autogestione cessò, e il mercato del lavoro tornò di nuovo nelle mani dei caporali.

Negli stessi anni iniziò l’esodo degli albanesi in Puglia. Quasi tutti hanno raccolto pomodori, carciofi ed angurie nei campi, dove dormivano nascosti dai caporali. I giovani albanesi, così come i lavoratori provenienti dall’Africa, lavoravano in nero per mettere da parte i soldi (quando li pagavano) per proseguire il viaggio della speranza verso il nord Europa. Sfruttatori senza scrupoli iniziarono a sottoporre i migranti a trattamenti assai peggiori di quelli subiti dalle lavoratrici locali.

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