Il comportamento del presidente del consiglio, con il combinato disposto di italicum e nuova Costituzione, evidenzia un disegno di trasformazione silenziosa da una repubblica parlamentare verso “un premierato assoluto senza contrappesi e senza paragoni nelle democrazie occidentali”, come osservato da Valter Tocci. Dietro questa riorganizzazione del modello istituzionale si disvelano un inganno e una sconfitta.

Un inganno poiché, attraverso un populistico rincorrere un cambiamento senza progetto, si rimuove l’incapacità della politica di rappresentare la società, giustificando questa sua estraneità con le colpe del modello istituzionale, cercando con la tecnica di supplire all’assenza di “buona politica”. Una sconfitta, perché una società senza una buona e plurale rappresentanza politica non ha altre prospettive che quelle di un aumento di conflitti non governati, di un corpo sociale che si frantuma in aspettative individuali. Una società più sola, impaurita e incattivita, più fragile e vulnerabile, sempre più attratta dalle sirene del dirigismo, dalla autodifesa autarchica, dal razzismo e dal rifiuto delle ragioni dell’altro. Senza un modello istituzionale in grado di garantire la “buona rappresentanza”, la democrazia è in pericolo.

Questo processo, già presente nel nostro paese (si pensi al tentativo messo in campo da Licio Gelli e dalla P2), e ulteriormente raffinato dalle recenti modifiche alla Costituzione e dalla nuova legge elettorale, non nasce per caso: è il frutto di antichi disegni oligarchici che hanno trovato un’accelerazione nella durissima crisi, iniziata nel 2008. E’ un tentativo regressivo e classista di rispondere alle sue drammatiche ripercussioni economiche e sociali. Una accelerazione che si fonda sulla necessità di metabolizzare i negativi cambiamenti che la crisi e le politiche di austerità producono nella società, e che si sostanzia nella sfrontata proposta di rendere più “governabili” le dinamiche politiche e sociali superando le Costituzioni antifasciste.

E’ il modo attraverso cui le élite economiche intendono far prevalere la propria visione e i propri interessi, facendo sì che quelli antagonisti risultino emarginati, non rappresentati e, quindi, perdenti. E’ di grande insegnamento il documento del maggio 2013 di Jp Morgan, una delle banche maggiormente responsabili della bolla finanziaria che ha dato il via alla crisi. Ecco alcuni passaggi salienti: “All’inizio della crisi, si riteneva che i problemi nazionali ereditati fossero per lo più di natura economica. Ma, con l’evolvere della crisi, è divenuto evidente che vi sono profondi problemi politici nella periferia... Le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, riflettendo la forza politica che i partiti di sinistra avevano guadagnato dopo la sconfitta del fascismo. (Esse) mostrano diverse delle seguenti caratteristiche: esecutivi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistemi basati sulla costruzione del consenso che alimentano il clientelismo politico; e il diritto alla protesta se vengono apportate modifiche sgradite allo status quo politico”. E ancora: “La chiave nel prossimo anno sarà l’Italia, dove il nuovo governo ha una chiara opportunità per impegnarsi in significative riforme politiche”.

Dunque è un progetto teso a semplificare (nel senso di rendere più debole o nullo) il peso dei diritti sociali, nel processo di formazione delle decisioni politiche ed economiche. E’ già stato fatto, in questi anni, attraverso la drammatizzazione di questioni economiche e sociali (lavoro, pensioni, riduzione del welfare, privatizzazioni) affinché, in una sorta di stato di eccezione, si determinassero consensi parlamentari a sostegno di politiche inique e anche fallimentari, se è vero che, a otto anni dall’inizio della crisi, l’Italia resta ancora in una fase di declino e deflazione, distruzione di attività produttive e forte aggravamento delle condizioni sociali.
E’ proprio questo fallimento che, invece di mettere in discussione le politiche di austerità, sta spingendo una oligarchia di poteri dominanti a rinsecchire la dialettica democratica, a modificare una bella Costituzione, fondata sul riconoscimento di valori inclusivi e solidali, e a comprimere ulteriormente la formazione di una rappresentanza plurale. Privando così la politica della capacità di leggere e rappresentare la complessità sociale, e metterne in equilibrio gli interessi. E se la politica non “respira” nella società, muore.

Con il referendum non è in gioco un’astratta costruzione giuridica, o il consenso a un presidente, né il nuovo contro il vecchio, ma l’avvenire della democrazia nel nostro paese.

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