Siamo alla vigilia di una prova referendaria decisiva per le sorti del paese. Una prova che appare sin da ora ardua e che rischia di lacerare gravemente la società italiana. L’avventurismo costituzionale del governo ha in questi mesi prodotto una spaccatura nel paese che non ha precedenti, soprattutto perché viene consumata sulla pelle della carta repubblicana. La costituzione da patrimonio comune, dimensione identitaria di una nazione è oggi divenuta fattore di divisione e contrasto fra gli stessi cittadini. Non meno sconfortante è il quadro che emerge dall’odierno assetto mediatico. L’omologazione strisciante che è oggi in atto vede il sistema dell’informazione attivamente impegnato, sul terreno referendario, in un’offensiva per “le riforme” quanto mai pervasiva. Un’offensiva così articolata da essere riuscita, in poco tempo, a sortire nel senso comune la percezione che la riforma sia oggi necessaria per ottenere maggiore “flessibilità dall’Ue”, “liberare il paese dalla casta”, “ridurre gli sprechi della politica”.

Ma ciò che di più colpisce è l’operazione di rimozione “storica” sottesa a questo tentativo politico e culturale. Ne viene fuori un paese in apnea che fino a oggi non è stato in grado di progredire e di crescere (anche economicamente) perché a digiuno di riforme. L’Italia – ci ricorda il presidente del consiglio - è da settanta anni che attende (ciò prima ancora che la Carta venisse promulgata) una riforma della Costituzione. Eppure sarebbe stato sufficiente ricordare che, dalla sua entrata, la Costituzione è stata riformata decine di volte. Che nel 2001 è stato riformato “a furor di popolo” un intero titolo della Costituzione (il titolo V, salvo oggi ammettere che si è trattato di una “riforma disastrosa”). Così come andrebbe altresì rammentato che nel 2006 a impedire la “grande riforma costituzionale” sostenuta dalle destre (e per molti aspetti simile a quella oggi voluta da Renzi) non sono stati i “gufi”, la “casta” o i “professoroni” , ma proprio i cittadini con il loro voto.

Oggi siamo però a un punto di svolta. Il sopravvento dell’egemonia neoliberista, incarnatasi nei trattati Ue, ha trascinato tutta l’Europa in una spirale sociale drammatica e senza precedenti in questo dopoguerra. E in Italia la crisi democratica che ne è conseguita si è rivelata (per alcuni aspetti) più grave che altrove erodendo progressivamente l’assetto dei diritti, le garanzie sociali e l’idea stessa di Costituzione. L’attacco sferrato, nel corso dell’ultimo ventennio, ai diritti sociali rischia oggi di estendersi ai diritti politici e alle libertà. Ma se questo accade non è perché l’ordine neoliberista è oggi troppo forte, ma perché inizia a essere troppo debole.

L’establishment dell’Unione europea è oggi allo sbando. E ai partiti tradizionali, per continuare a governare, non resta che coalizzarsi, erigendo partiti della nazione o dando vita ad alleanze che fino a poco tempo fa avremmo giudicato innaturali tra destra e sinistra. È questo il fronte conservatore oggi in azione. E il terreno di sfondamento prescelto in Italia per portarne a compimento il disegno è la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi.

Per far fronte a queste tendenze non vi sono che due soluzioni: assecondarne le dinamiche, riducendo le istanze democratiche ai minimi termini come ci chiede di fare la JP Morgan (compressione dei canali della partecipazione democratica, dissoluzione dei diritti sociali, verticalizzazione delle decisioni, introiezione delle ragioni della governamentalità). Oppure resistere e provare ad agire in “direzione ostinata e contraria”, convinti che per risolvere la crisi della democrazia vi sia bisogno di più democrazia.

È questo il compito che il costituzionalismo democratico, agli inizi del nuovo millennio, è chiamato ad assolvere. E lo può assolvere solo se sarà in grado di recuperare la sua missione originaria, facendo fronte all’assolutismo non più di un monarca, ma del potere economico. È questa la sfida che ci attenderà domani se saremo in grado di respingere l’offensiva del governo sulle riforme.

Ecco perché sul 4 dicembre sono oggi puntati gli occhi di Confindustria, banche d’affari, superpotenze, Ue. Ecco perché il presidente del consiglio sbraita “questa volta ci giochiamo tutto”. E soprattutto ecco perché noi dobbiamo dire di No.

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