E' passato più di un anno dall’approvazione della “Buona scuola” (legge 107/2015) ma i problemi che questa legge avrebbe dovuto risolvere sono ancora tutti lì. E con la ripresa del nuovo anno scolastico si sono ripresentati ancora più accentuati. A dire il vero i problemi sono emersi già da quest’estate, quando il ministero dell’Istruzione ha dimostrato tutta la propria incapacità nel gestire le procedure di mobilità del personale della scuola, a seguito del piano straordinario di immissioni in ruolo previsto dalla stessa legge 107. Numerosissimi infatti sono stati gli errori commessi dal ministero, che ha sistematicamente violato le prescrizioni contenute nel contratto integrativo nazionale che ha disciplinato la mobilità del personale. Questo ha comportato per migliaia di docenti il disagio di vedersi assegnata una sede distante dalla propria residenza, oltre alla necessità di dover ricorrere ai giudici per ottenere il rispetto dei propri diritti.

Ma se tutto ciò è potuto accadere a seguito di uno dei provvedimenti della “Buona scuola” più atteso dai lavoratori, cioè il piano straordinario di immissioni in ruolo, è possibile immaginare quali siano state le conseguenze per i restanti provvedimenti, a partire dalla chiamata diretta e dal bonus premiale. Con la prima si è data di fatto la possibilità al dirigente scolastico di scegliersi il docente ritenuto più confacente alla propria scuola; con il secondo si è attribuito il potere, sempre al dirigente scolastico, di assegnare discrezionalmente un premio economico ai docenti.

Così facendo si è incrinato il sistema di regole democratiche della scuola pubblica, già fragile per i numerosi attacchi subiti negli ultimi anni dai diversi governi. L’accentuazione dei poteri autoritari del dirigente scolastico determina necessariamente la contrazione degli spazi di gestione condivisa della scuola, pregiudicando tanto le prerogative collegiali che quelle sindacali. Inoltre viene compromessa l’autonomia didattica e la libertà d’insegnamento dei docenti, tutelata dall’articolo 33 della Costituzione. Ma che questo governo non abbia in gran conto la Costituzione è notorio, tant’è vero che si è fatto promotore di una riforma costituzionale che (proprio come la legge 107) è stata promossa a colpi di voti di fiducia.

Allora il 4 dicembre ci sarà un motivo in più per votare No al referendum sulla riforma costituzionale: sarà un voto anche contro tutti quei provvedimenti che, come per la scuola, stanno compromettendo i fondamentali principi costituzionali.

La legge 107 va contrastata a tutto campo. Opportunamente, la Flc Cgil sta impugnando davanti ai giudici tutti i decreti attuativi (dalla chiamata diretta al bonus premiale), e non è di secondaria importanza che questa iniziativa sia condivisa insieme a Cisl Scuola, Uil Scuola e Snals Confsal. Ovviamente l’azione legale non basta, occorre che sia sostenuta da un’iniziativa sindacale più ampia a partire dai posti di lavoro. Una buona opportunità avrebbe potuto essere quella dei referendum che la Flc Cgil (insieme ad altri soggetti) aveva inteso promuovere per cancellare aspetti significativi della “Buona scuola”. Purtroppo, nonostante l’impegno straordinario profuso e le tantissime adesioni raccolte, le firme valide non sono risultate sufficienti.

È evidente che questo esito interroga tutti, sia sul piano politico che organizzativo, tanto all’interno che all’esterno dell’organizzazione. Questo esito comunque non deve frenare l’iniziativa sindacale che ora, a maggior ragione, va rilanciata con ancor più forza. Un importante banco di prova è rappresentato dalla prossima legge di stabilità, da cui si attendono le risorse per i rinnovi contrattuali dei comparti della conoscenza e di tutto il pubblico impiego. In proposito va ricordato che i contratti pubblici sono fermi da ben sette anni, da quando il governo Berlusconi ne decise il blocco poi protratto da tutti i governi seguenti, fatto che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo.

Il problema è che nella legge di stabilità presentata dal governo la cifra stanziata appare largamente insufficiente, ben lontana dalle aspettative e dalle esigenze dei tanti lavoratori che in questi anni hanno subito un grave peggioramento delle proprie condizioni economiche, e di lavoro, a fronte dell’incapacità dei governi di risolvere la crisi che ha investito il paese. Se la legge di stabilità non verrà modificata non ci potrà che essere una risposta: la mobilitazione generale di tutti i comparti interessati, fino ad un rinnovo dei contratti che sia effettivamente rispettoso della dignità del lavoro pubblico.

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