A 40 anni da Seveso: esiste ancora un rischio ambientale?

Quaranta anni fa, il 10 luglio 1976, all’Icmesa di Seveso accadeva uno dei più grandi disastri ambientali di origine industriale. Un impianto chimico per la produzione di fertilizzanti, che già lavorava su cicli giornalieri, per aumentarne la produttività e ridurre i costi veniva impiegato oltre le previsioni tecniche, generando una reazione chimica incontrollata. Quindi la dispersione di diossina, sostanza di cui si conoscevano le proprietà tossiche ma tenute sconosciute agli operai che vi lavoravano, avvenne come conseguenza di un errore umano e organizzativo. Nello specifico, alla non osservanza delle procedure previste per il corretto funzionamento dell’impianto. La dirigenza continuò per lungo tempo a negare l’accaduto e le conseguenze dell’inquinamento.

Questo evento ebbe enorme risonanza, e dette origine a un movimento di opinione da parte di cittadini, lavoratori e organizzazioni sindacali in primis, con il coinvolgimento delle istituzioni, che portò alla stesura di una specifica direttiva europea. La prima normativa Cee 501/82 venne recepita in Italia con sei anni di ritardo - e sempre a seguito di dure prese di posizione del sindacato - diventando il Dpr 175/88. Dalla revisione della normativa europea (Direttiva 96/82/Ce) ha avuto poi origine il recepimento italiano con il decreto legislativo 334/99, la cosiddetta Seveso 2, fino all’ultima versione europea (Direttiva 2012/18/Ue) che diventerà Seveso 3 nel giugno 2015.

Al di là dei tecnicismi, queste leggi hanno trasformato complessivamente l’approccio al tema dei cosiddetti “stabilimenti a rischio di incidente rilevante”. In altre parole di quelle realtà che per la loro natura, per le lavorazioni che si svolgono, presentano un elevato rischio per la salute e la sicurezza, sia dei lavoratori che della popolazione circostante.

E’ da sottolineare che promotori e protagonisti di questa evoluzione culturale sono stati i diretti interessati, quindi i lavoratori, anche grazie alle organizzazioni sindacali che hanno lavorato duramente su questo aspetto, ancora prima di leggi rilevanti come la 626/94, oggi divenuta Testo Unico decreto legislativo 81/08. Nella prima versione del 1988 si è superato il concetto di segreto industriale, si sono introdotti la notifica agli enti competenti, il rapporto di sicurezza, la formazione adeguata del personale presente, l’informazione alla popolazione, oltre alle misure di sicurezza e prevenzione da adottare in caso di emergenza.

Nell’aggiornamento del 1999, legge 334, si sono poi introdotti il sistema di gestione della sicurezza, il controllo dell’urbanizzazione, e la partecipazione della popolazione al processo decisionale. Altrettanto innovativi i concetti di effetto domino, delle aree ad alta concentrazione di stabilimenti per il successivo controllo dell’urbanizzazione, e la necessità di mantenere opportune distanze.

Ultima modifica, a seguito della direttiva 2012/18/Ue, è appunto il decreto legislativo 105/2015 che aggiorna sull’etichettatura delle sostanze, e dà la garanzia di un migliore accesso all’informazione per i cittadini coinvolti in merito ai rischi connessi alle attività dei vicini stabilimenti industriali, e ai comportamenti da adottare in caso di incidente, oltre a prevedere una maggiore partecipazione alle decisioni relative agli insediamenti nelle aree a rischio di incidente rilevante, e la possibilità di avviare azioni legali da parte del cittadino al quale non siano state fornite adeguate informazioni, in applicazione della Convenzione di Aarhus del 1998.

E’ importante sottolineare che l’elemento rilevante nella evoluzione legislativa è stata l’acquisizione della compatibilità fra occupazione e sviluppo sostenibile, superando l’apparente dicotomia. Una conquista ottenuta grazie alla pressione delle organizzazioni sindacali.

La domanda rimane: esistono ancora siti industriali a rischio ambientale? Oggi l’attenzione all’ambiente è evoluta ben oltre il semplice inquinamento da evitare, ma è diventato necessario ridurre ogni impatto. Quindi ridurre il consumo di energia anche migliorando l’efficienza; ridurre le immissioni di qualsiasi inquinante (comprese le nanopolveri); ottimizzare il riciclo dei rifiuti riducendone la produzione alla fonte; ridurre il dispendio di acqua. Siamo a una svolta di paradigma culturale, per il quale l’ambiente non solo non deve essere inquinato, ma deve essere preservato nella sua integrità e sostenibilità. Un ecosistema da preservare nella sua integrità. Abbiamo un solo pianeta, abbiamo il dovere di preservarlo per i nostri figli.

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