Quando si rompono sono guai. Se poi l’automobile è anzianotta, quasi quasi conviene rottamarla e trovarne una nuova o usata poco, se il portafogli piange. Le cinghie di distribuzione e le cinghie di trasmissione sono componenti essenziali di auto e moto, l’uomo motorizzato del XX e XXI secolo - quello che quando esce di casa magari ha le ciabatte ma sale su un suv - deve farci i conti.

La Dayco Europe le produce, è una multinazionale del settore dell’automotive. Il lavoro non manca, vista la quantità di auto e moto che circolano sul pianeta. Per giunta Dayco Europe è un marchio leader. Eppure i suoi operai nel luglio scorso sono scesi in piazza, hanno incrociato le braccia, due ore di sciopero alla fine di ogni turno negli stabilimenti di Chieti e Manoppello nel pescarese. Il motivo? L’azienda, nonostante il clima tornato sereno dopo un accordo in Confindustria, si è rimangiata gli impegni presi in quell’occasione e ha scelto di proseguire sulla strada dei 135 esuberi.

“Avevamo siglato un accordo sull’assenteismo e la produttività, proprio per venire incontro alle richieste del management e dimostrare la nostra buona volontà”, spiega Antonio Perseo, coordinatore Rsu. Il delegato sindacale della Filctem Cgil, che è anche nella segreteria provinciale del sindacato ‘chimico’ (ma pure di gomma e plastica), lavora nello stabilimento di Manoppello da quindici anni. Un tempo sufficientemente lungo per considerarlo memoria storica della fabbrica. “Produciamo cinghie dentate - racconta - in questi anni di crisi non sono diminuiti né gli utili né i volumi produttivi. Al contrario, sono entrambi aumentati”.

Dayco Europe ha stabilimenti a Chieti, Manoppello e Colonnella nel teramano, per un totale di quasi 700 dipendenti. La multinazionale della componentistica auto non ha una proprietà industriale in senso stretto, ma è legata a doppio filo ad un fondo di investimento statunitense: è uno dei motivi che rendono Dayco Europe non in grado di comprendere le specificità industriali, sia dal punto di vista strategico che di prospettiva. “Da più di un anno si sono molto deteriorati i rapporti tra azienda e sindacati - puntualizza Perseo - fino a interrompersi del tutto dall’estate del 2016 al marzo 2017”.

A riprova, nell’aprile 2016 sei delegati aziendali (Rsu) hanno ricevuto un procedimento sanzionatorio con sospensione cautelativa, poi annullato dal giudice del lavoro di Chieti nel gennaio 2017. “Da anni mancano seri investimenti su ricerca e sviluppo. Per garantire la competitività dei prodotti ed evitare il ridimensionamento, o al peggio la chiusura degli stabilimenti, servirebbe un piano industriale degno di questo nome”. Ma nonostante le insistenti richieste di Filctem Cgil, Flerica Cisl e Uiltec Uil, l’azienda si ostina a non mettere in cantiere un piano industriale su strategie, investimenti, programmi produttivi e carichi di lavoro, venendo meno a quanto previsto dal contratto collettivo nazionale.

Veniamo alla cronaca di queste settimane. “C’è stato un incontro al ministero dello sviluppo il 14 settembre - sottolinea Perseo - ma tutto è stato rimandato di quattordici giorni perché l’azienda non ha presentato alcun progetto di rilancio. Ed è difficile che riesca ad elaborarlo in così poco tempo. Gli esuberi dichiarati il 4 luglio scorso, dopo il nostro sciopero, sono stati revocati, o meglio ‘congelati’, proprio perché manca un piano industriale che offra garanzie per il futuro”. Così non si scioglie il nodo gordiano dei 135 esuberi alla Dayco Europe. Tra lavoratori e sindacati furiosi, e un sindaco, quello chietino Umberto Di Primio, che ha riconsegnato la fascia tricolore al prefetto in segno di protesta.

Il vicepresidente della Regione Abruzzo, Giovanni Lolli, che ha la delega alle attività produttive e alle crisi industriali, prova a tenere in equilibrio una situazione complessa, da tempo. “Il dirigente americano ha recentemente confermato gli esuberi - aggiunge Perseo – mentre la Regione è disposta a mettere in campo i fondi per la formazione per riqualificare professionalmente i lavoratori in esubero. Ma anche negli Stati Uniti non c’è chiarezza sulla strada da seguire. Abbiamo paura che la vera strategia della multinazionale sia quella di arrivare a delocalizzare le produzioni che vengono fatte in Italia”.

Gli esuberi sarebbero stati calcolati in base a previsioni di profitto che riguardano il 2021. Così la situazione resta sospesa, almeno fino al 28 settembre, giorno del nuovo incontro al ministero dello sviluppo economico. “Mi ripeto - chiude Perseo - in mancanza di un piano industriale è impossibile sciogliere nodi che riguardano l’occupazione, la formazione, le prospettiva di sviluppo di Dayco Europe”.

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