Sempre più la contrattazione sociale sta diventando asse strategico nella nostra organizzazione, anche grazie ad un rinnovato impulso della segreteria nazionale; certamente costituirà uno degli argomenti centrali di discussione in occasione del prossimo congresso. Dobbiamo necessariamente recuperare un gap che si è determinato nel corso degli anni, laddove in luogo di un effettivo impegno strategico della Cgil, si è determinata una prassi che, a livello nazionale, ha prodotto risultati a macchia di leopardo.

Per affrontare con serietà un argomento così complesso, sono necessarie alcune valutazioni propedeutiche e un quadro di contesto il più possibile approssimato al vero. Se dovessimo individuare una parola chiave del tempo che stiamo vivendo, senza dubbio dovremmo riferirci alle disuguaglianze. La stessa crisi del lavoro e della rappresentanza è da ascriversi in tale concetto, inteso come la condizione determinata da un processo redistributivo al contrario, accentuatosi con la crisi economica, ma che affonda le proprie radici lontano nel tempo.

Le disuguaglianze hanno una loro declinazione territoriale, diversa da territorio a territorio, unificata in una complessiva rappresentazione drammatica delle povertà – assoluta e relativa – in costante aumento. Parliamo di donne e uomini in condizioni di profondo disagio, spesso anche quando sono occupati (lavoro povero), di immigrati, delle tante marginalità che compongono le nostre periferie.

E’ questo il quadro di contesto cui fare riferimento, per meglio calibrare gli obiettivi della contrattazione sociale. Parliamo di una forma di contrattazione sui generis, dove la cosiddetta controparte non è necessariamente sempre la stessa, dove le materie oggetto di contrattazione non sono codificate, e devono anzi essere interpretate alla luce delle condizioni e delle esigenze del territorio. Ma, soprattutto, si tratta di una contrattazione dove risulta evidente un vulnus relativo alla rappresentanza.

Se la contrattazione sociale è materia squisitamente confederale, quindi afferente a tutte le categorie (e a nessuna come preminenza), allora dobbiamo porci il problema di come affrontiamo le difficoltà relative al nostro riconoscimento come interlocutori e di come ricostruiamo una rappresentanza generale attraverso l’attivazione di relazioni che travalichino il confine tradizionale dell’agire sindacale. Se la contrattazione sociale deve incrociare i luoghi di lavoro e i territori, allora l’apertura delle nostre alleanze deve essere coerente e funzionale a tale obiettivo, immaginando di costruire reti in grado di consolidare la nostra rappresentanza generale e di far vivere le piattaforme che insieme si costruiscono.

Se le materie della contrattazione ordinaria, quella in capo alle categorie, sono sostanzialmente definite, stabili e codificate, quelle relative alla contrattazione sociale sono ancora sufficientemente sfumate, almeno alcune.Proviamo a ragionare di contenuti e a sfruttare il limite della mancanza di codificazione in una opportunità, che si concretizza in una grande libertà di azione.

Se prendiamo ad esempio una realtà come quella romana, scopriamo che le azioni da mettere in campo possono essere molteplici, cambiando anche di volta in volta gli interlocutori istituzionali e lo stesso sistema di alleanze. Partendo dal riferimento alle disuguaglianze, la condizione di Roma è drammatica in senso generale: ai lasciti della politica espressa nell’ultimo decennio, si aggiunge l’insipienza dell’attuale giunta comunale.

Ecco allora che possiamo provare a comporre il quadro di azione sindacale partendo dalle disuguaglianze territorialmente più evidenti, che sono rappresentate dalla cintura delle periferie. E’ lì che si condensano le disuguaglianze, le sofferenze e anche i pericoli di rigurgiti autoritari del nostro territorio. Parliamo di politiche sociali definanziate e non mirate, di politiche dell’immigrazione non inclusive, di una condizione di vivibilità generale (casa, reddito, lavoro, rifiuti, ambiente) sempre più precaria, di un processo redistributivo al contrario sempre più marcato.

La nostra azione sindacale, poggiando su una rete di alleanze la più ampia possibile, deve insistere su alcuni punti qualificanti, fatto salvo l’ambito sociale propriamente detto: dalla contrattazione sull’applicazione dell’Isee ai patti antievasione, dagli appalti pubblici alla mobilità, dal diritto alla casa allo sviluppo del territorio, fino a giungere al tentativo di rendere universale la misura del Rei, che entrerà in vigore dal primo gennaio prossimo. Merito e metodo non possono scindersi, pena un approccio che rischia seriamente di diventare velleitario.

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