Intervista a Danilo Barbi, segreterio confederale Cgil.

Danilo Barbi parla come un libro stampato. Tono pacato, idee chiare espresse con semplicità, vola sul cielo europeo e racconta lo stato delle cose. Quelle economiche (il suo mestiere), soprattutto quelle politiche. Perché la chiacchierata con Barbi parte dal referendum costituzionale del 4 dicembre prossimo. La cronista torna per qualche minuto ai tempi della scuola, mentre prende diligentemente gli appunti di una lezione di economia politica. L’allieva parte con il piede sbagliato, quando chiede conto delle chiacchiere da Camera secondo cui la Cgil sarebbe tiepida sul referendum costituzionale, avendo preso posizione tardi e lasciato comunque libertà di voto ai propri iscritti. “Ma è davvero un tema così interessante, a tre settimane dal voto?”, replica il segretario confederale del sindacato di Corso Italia. Un attimo di imbarazzato silenzio dell’interlocutrice, una risata e si parte.

“Abbiamo seguito un percorso ben preciso. Partivamo da un nostro documento del 2013 in cui erano state messe nero su bianco alcune osservazioni e proposte in tema costituzionale. Anche di possibili modifiche della Carta. Secondo noi il tema principale è quello di ridare rappresentatività al sistema istituzionale italiano, non certo parlare genericamente di efficienza. Le nostre sollecitazioni non sono state raccolte, così abbiamo preso atto del testo unico votato dal Parlamento. Nel maggio scorso abbiamo espresso il nostro giudizio critico nel merito della riforma. Di lì è stata avviata una discussione generale e collettiva nei luoghi di lavoro, con centinaia di assemblee in tutto il paese. I nostri iscritti hanno ascoltato, hanno fatto domande, si sono fatti un’idea. A settembre il comitato direttivo della confederazione ha fatto la sintesi, e detto ‘no’ alla riforma Boschi-Renzi. La scelta di non partecipare ai comitati per il ‘no’ fa parte della storia della Cgil, nel solco di un’autonomia che abbiamo sempre gelosamente custodito. Per giunta il governo si è come impossessato delle modifiche costituzionali. Un fatto grave. Per risponde alla domanda, dico che la Cgil è scesa in campo sul referendum, organizzando incontri e iniziative anche di massa in tutta Italia”.

Nelle ultime settimane c’è stato chi ha ipotizzato di rinviare la consultazione. La scusa era quella del terremoto. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ci ha provato. Ma è rimasto solo come l’ultimo dei giapponesi nelle isole del Pacifico. Perfino il capo dello Stato ha fatto sapere che non era il caso di spostare la data al 2017. Non sarà che hanno paura di perdere?
“Faccio fatica a dare giudizi su comportamenti politici viziati da un errore di partenza. I costituenti avevano previsto la possibilità che la Carta nel corso del tempo potesse essere modificata. Ogni possibile revisione era demandata a un’ampia maggioranza in Parlamento. Questo perché le Costituzioni vengono prima dei soggetti e degli schieramenti politici, sono l’architrave di uno Stato democratico. Non possono essere ridotte ad argomento di discussione in un’agenda politica di breve periodo. I toni da campagna elettorale sono lo specchio di un errore di partenza. Trattare la Costituzione come fosse una legge ordinaria è un gravissimo sbaglio politico. Il governo ha avuto un atteggiamento compulsivo sulla modifica della Carta. Ha voluto approvarla ad ogni costo, con le opposizioni fuori dal Parlamento per protesta. La revisione della Costituzione è stata trattata come una subordinata alla vita dell’esecutivo. Un errore fatale. Di qui il clima che stiamo respirando nel paese, con l’esasperata attenzione ai sondaggi e la divisione manichea tra favorevoli e contrari alla riforma. Lo ripeto, l’architettura di uno Stato democratico, la legge delle leggi, non dovrebbe essere affrontata con il tifo da stadio, come se si trattasse di una legge ordinaria”.

Maurizio Costanzo direbbe: cosa c’è dietro l’angolo?
“Il rischio è quello di un trasferimento di poteri dal Parlamento al governo e dalle Regioni allo Stato centrale. Cioè l’esatto contrario di quello di cui oggi ha bisogno il paese, ovvero di partecipazione. Non certo di rafforzare ulteriormente la distanza che esiste tra il paese e il suo governo. Questo non significa che la Cgil sia contraria al superamento del bicameralismo perfetto e alla modifica degli attuali rapporti tra lo Stato e le Regioni: siamo contrari a questa modifica pasticciata. La Costituzione si può cambiare, ma non in questa maniera. Quello che serve al paese è un profondo rinnovamento della politica attraverso la partecipazione”.

Non ti sembra strano che la JP Morgan, una delle principali banche d’affari del mondo, si occupi delle Carte fondamentali dei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo?
“Non lo trovo strano. Lo trovo sbagliato. I grandi centri finanziari chiedono a chi guida le istituzioni democratiche di agevolare la governabilità e non la partecipazione. Nella sua visione delle cose, la grande finanza privata si considera l’unica regolatrice dei processi decisionali, condizionando gli stessi Stati. Le ‘semplificazioni’ che vengono proposte, in teoria per rendere più efficiente il processo decisionale, vanno a discapito della partecipazione. L’obiettivo è quello di rendere le istituzioni meno permeabili a quanto la società esprime. Alla fine la democrazia diventa solo formale, con la grande finanza che condiziona i governi e il popolo che resta a guardare. Al contrario, le proposte fatte dalla Cgil nel 2013 miravano ad alcune semplificazioni che favorissero la partecipazione. Più democrazia, non meno democrazia. Se l’ipotesi di revisione verrà approvata, ci troveremo di fronte a una costituzione di parte. Sarà un disastro perché dietro alla riforma esiste un processo di concentrazioni delle decisioni che sacrifica la rappresentatività alla governabilità e sposta il potere dalle Regioni allo Stato e dal Parlamento al governo. Bisognava piuttosto partire dalla crisi, dalla disaffezione dei cittadini alla politica, per recuperare spazi di rappresentatività e partecipazione a tutti i livelli. La restrizione degli spazi di democrazia e la concentrazione dei poteri aumentano la sfiducia nella politica, quando invece ci sarebbe un grande bisogno di infondere nuova fiducia, anche rilegittimando alcune forme di democrazia diretta che andrebbero a rafforzare le istituzioni rappresentative”.

La Ragioneria dello Stato ha fatto i conti e ha calcolato in 55 milioni annui i risparmi del sistema politico con la riforma costituzionale. Un caffè per ogni italiano, ha commentato il costituzionalista Massimo Villone. Il capo del governo aveva sparato 500 milioni. E tutto questo in cambio di una riduzione della possibilità dei cittadini di incidere sulle scelte che li riguardano.
“Trovo offensivo che il tema dei costi della politica venga associato a una modifica costituzionale. Se qualcuno ha un amico straniero, gli chieda se nel suo paese sarebbe possibile proporre una revisione costituzionale di questo tipo con la scusa del risparmio. Non verrebbe arrestato, ma forse sarebbe internato”.

Eppure l’argomento dei tagli ai costi alla politica va molto di moda. Hanno cominciato il Corriere della Sera e i Cinque Stelle, ha seguito Renzi.
“In tutti i paesi democratici temi come quelli delle indennità dei parlamentari vengono affrontati e risolti con legge ordinaria. Non ha senso farne oggetto di dibattito legato a una revisione costituzionale. Se il problema sono i costi dei parlamentari, basta ridurre loro stipendi e indennità. Quello dei costi sta diventando per giunta un boomerang. La proposta della Cgil nel 2013 era quella di garantire ai parlamentari uno stipendio complessivo non superiore a cinque volte lo stipendio di un impiegato di fascia intermedia del pubblico impiego”.

Un’ultima domanda: ma com’è che in Germania hanno deciso, subito dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale, di fare una legge fondamentale dello Stato, la loro Costituzione, e una eccellente legge elettorale, e stanno andando avanti da settant’anni senza continue discussioni?
“Di ventotto paesi del mercato comune europeo, solo quattro prevedono una procedura parlamentare per modificare la Costituzione. Negli altri è necessaria un’assemblea costituente che viene eletta con il proporzionale puro, senza sbarramenti e premi di maggioranza. In Germania la Costituzione è immodificabile, se non dopo una rivoluzione armata... Il criterio generale è quello per cui le costituzioni si modificano cercando la massima coesione possibile. Non è stato così negli ultimi anni in Italia”.

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