Il blocco contrattuale per il pubblico impiego dal 2009 ha prodotto una perdita secca sul potere d’acquisto di oltre duemila euro. Ma è la questione normativa il vero ostacolo.

La stagione dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego, malgrado gli annunci del governo Renzi, di fatto non si è neppure aperta. Sono infatti cadute nel vuoto tutte le richieste di apertura del confronto con la ministra Madia. Assistiamo ad un valzer di cifre, dallo stanziamento dei 300 milioni di euro nella scorsa legge di stabilità, fino a giungere al miliardo scarso nel disegno di legge di bilancio 2017. Risorse insufficienti, c’è da dirlo subito e con forza.

Il blocco contrattuale, reiterato dal 2009 ad oggi, ha prodotto effetti gravissimi sugli stipendi delle lavoratrici e dei lavoratori, con una perdita secca sul potere d’acquisto di oltre duemila euro. Ma se l’emergenza salariale costituisce il primo muro da superare, è la questione normativa il vero ostacolo. Con il blocco del 2009 non si è perso semplicemente l’avvicendamento dei contratti, e quindi non si tratta di riavviare un percorso interrotto.

La legge 150/2009, la cosiddetta “Brunetta”, ha completamente destrutturato il sistema contrattuale pubblico, così come tutte le incursioni del governo e degli organismi di controllo. Senza un nuovo intervento legislativo è semplicemente impossibile rinnovare il contratto. Andrebbero infatti in applicazione automatica le fasce di merito nell’erogazione della produttività, con l’esclusione aprioristica del 25% del personale, e rimarrebbe sottratta al confronto sindacale l’intera materia dell’organizzazione del lavoro. Su questi due cardini del problema si basa la vera sfida del rinnovo.

Riconquistare il contratto significa ripartire da un confronto a campo aperto, nel quale organizzazione del lavoro e sistemi di valutazione tornino nella piena disponibilità delle Rsu e delle organizzazioni sindacali di categoria. L’impianto meritocratico di stampo neo liberista, scollegato da oggettivi elementi di misurazione, ha mostrato negli anni tutta la sua inutilità. Si è ridotto ad una vacua affermazione ideologica. Oggi misurare la resa dei servizi pubblici significa ripartire proprio dalla piena disponibilità dell’organizzazione del lavoro alle forze sindacali. Un collegamento virtuoso fra la contrattazione dei modelli organizzativi e la valutazione dei risultati collettivi, connettendo ad essi le risorse del salario accessorio, può disegnare una nuova frontiera per il servizio pubblico.

Per giungere a questo obiettivo è necessario un accordo politico che possa delineare il quadro di riferimento nel quale calare il confronto contrattuale. Quindi superamento totale della legge Brunetta, e ridefinizione delle materie consegnate ai due livelli di contrattazione. Gli ultimi sette anni hanno precipitato il mondo del lavoro pubblico alle soglie della ri-legificazione del rapporto di lavoro. Un salto indietro anacronistico di oltre vent’anni nella storia sociale del nostro paese. Risale infatti al 1993 la privatizzazione del rapporto di lavoro e la conquista della contrattazione nel pubblico impiego. La Funzione pubblica Cgil è stata avanguardia di quella grande operazione, politica e giuridica, che oggi non deve essere disconosciuta.

Oggi i quattro nuovi comparti di contrattazione - Funzioni Locali, Funzioni Centrali, Sanità, Università e Ricerca - hanno il compito di disegnare un contratto nazionale per i lavoratori e i cittadini. Laddove la politica ha occupato il ruolo delle forze di rappresentanza sociale, il perimetro dell’intervento pubblico si è ristretto ed i diritti di cittadinanza non si sono più garantiti.

Abbiamo l’esempio di un paese in ginocchio, che non è in grado di fronteggiare l’emergenza sociale, quella ambientale, e i fenomeni di migrazione di massa che la storia ci consegna. Non è azzardato sostenere che una riaffermazione delle potestà contrattuali possa dare risposte positive in questa direzione e, unitamente alla realizzazione del Piano del lavoro della Cgil, della legge di iniziativa popolare per la Carta universale dei diritti, e dei tre referendum, consegnare una nuova prospettiva di sviluppo produttivo e sociale al nostro paese.

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