Dalla precarietà alla delocalizzazione. Se il problema di chi lavorava nei call center, fino a pochi mesi fa, era quello di contratti part time legati alle commesse ottenute dalle case madri, oggi assistiamo a un esodo delle strutture verso i paesi dove il costo del lavoro è assai minore rispetto all’Italia. Benvenuti nel mondo dei call center, dove dall’altra parte del filo è sempre più facile ascoltare parole in italiano stentato. Si chiama concorrenza al ribasso, i vertici del colosso del settore Almaviva Contact lo usano come motivazione alla decisione di smantellare le sedi di Roma e Napoli. Risultato: 2.500 posti di lavoro in bilico, 2.500 fra ragazzi e ragazze senza più la possibilità di costruirsi un progetto di vita.

L’incontro al ministero dello sviluppo economico - l’ultimo di una lunga serie - è andato male. Muro contro muro: da una parte Almaviva che ribadisce la necessità di intervenire sul contenimento delle perdite - e quindi sul costo del lavoro - dall’altro i sindacati che sono indisponibili ad affrontare qualunque soluzione che passi per una riduzione dei salari dei dipendenti. Una brutta storia. Quasi inutile dire che chiudere i centri di Napoli e Roma equivarrebbe ad uscire definitivamente dal mercato dei call center in outsourcing.

Racconta come funziona questo lavoro Stefania Iaccarino, delegata sindacale Slc Cgil e addetta di Almaviva a Roma. “Dentro un call center in outsourcing si vive agganciati a una commessa. Sei dipendente della tua azienda, ma il tuo lavoro arriva dalle commesse di altre grandi holding. Periodicamente le competenze acquisite vengono vanificate dalla fine dell’appalto, sei fortunato se cambi servizio, altrimenti vai direttamente sotto ammortizzatore sociale oppure vieni licenziato”. Ne sanno qualcosa i dipendenti di Palermo, rimasti per settimane con il fiato sospeso dopo la perdita della commessa Enel che scadrà a dicembre, e che ora diventeranno in larga parte dipendenti della società Exprivia che ha vinto l’appalto.

Ascanio Celestini, che sui call center ha elaborato l’opera teatrale ‘Parole sante’, ha dato voce all’esistenza quotidiana di ragazze e ragazzi che per poche centinaia di euro, e senza la certezza di un impiego stabile, sono impegnati a rispondere alle mille domande dei tanti clienti. Ne è uscito un manifesto sulla precarietà del lavoro, diventata abituale negli ultimi vent’anni in Italia. Iaccarino non ha dubbi: “Dovremmo smettere di parlare dei call center come di un lavoretto di passaggio. Gli anni sono passati, le ragazze e i ragazzi di un tempo sono diventati padri e madri di famiglie. Con la crisi che continua a mordere, ‘il lavoretto’ che pensavi di fare per mantenerti gli studi è diventato la tua occupazione principale. Per dare un’idea qui siamo quasi tutti laureati”. Parole che spiegano nitidamente il dramma dei lavoratori Almaviva, vittime di un dumping sociale causato dagli appalti al massimo ribasso.

“Come se non bastasse - continua Iaccarino - il job act toglie la garanzia di conservare il posto di lavoro. Quella legge prevede per giunta anche il controllo a distanza sulle prestazioni lavorative. Abbiamo progressivamente perso diritti. Napoli e Roma sono le due sedi di Almaviva dove gli addetti hanno la maggior anzianità di servizio. Da quattro lunghi anni l’azienda ricorre agli sociali. Mentre in altri call center fanno gli straordinari”. A Napoli e Roma la situazione è critica: “Stiamo parlando di addetti che portano a casa uno stipendio medio di 700 euro. Persone che non possono permettersi nemmeno di scioperare perché oltre a un certo limite perdono il bonus governativo”.

Macrocosmo dei call center, sul quale Iaccarino puntualizza: “Mi piacerebbe che il mio lavoro non venisse più pensato come una catena di montaggio dove si costruiscono bulloni. Noi diamo servizi, parliamo con le persone - spesso con gli anziani - abbiamo bisogno di tempo per risolvere i problemi”. Ogni volta che viene chiamato un numero verde, dall’altro capo del filo c’è un operatore di call center. “Dobbiamo essere tuttologi per i clienti - racconta Iaccarino - ma le nostre professionalità acquisite non sono riconosciute. Per essere competitivi con un operatore di un call center dell’est europeo, che guadagna 3/400 euro al mese, gli addetti italiani dovrebbero liquidare l’interlocutore di turno in pochi secondi”. Solo a Roma ci sono 1.600 lavoratori, con le loro famiglie, che non sanno cosa accadrà loro in futuro. “Tagliano le commesse e noi viviamo nella paura di perdere il lavoro. Che il padrone voglia fare business è nella logica delle cose, dovrebbe essere la politica a impedire, con le leggi, che possano accadere cose del genere”.

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