I lavoratori continueranno a incalzare il governo, i politici e le istituzioni, per attenuare le conseguenze di provvedimenti dannosi per i lavoratori pubblici, le imprese e gli utenti dei servizi camerali.

Il consiglio dei ministri del 24 novembre ha approvato il decreto legislativo che sancisce il riordino del sistema delle Camere di Commercio (sedi territoriali, unioni regionali e unione nazionale, aziende speciali ed altre strutture ed enti collegati al mondo camerale). Un provvedimento voluto ad ogni costo dalla presidenza del consiglio e dal ministero dello sviluppo economico, e sponsorizzato con determinazione da Confindustria, che non a caso al Mise ha sempre avuto un proprio fiduciario: prima Guidi e ora Calenda.

Le ragioni di questo testardo accanimento contro il sistema camerale sono da ricercare sia in un processo generale di centralizzazione delle attività pubbliche a danno degli enti territoriali, sia nella rinnovata spinta per sottrarre spazio al pubblico, per lasciare ambiti di intervento economicamente e strategicamente interessanti alle imprese private. La scelta è squisitamente politica e non trova alcuna giustificazione in esigenze di contenimento della spesa pubblica (fiscal compact e dintorni), in quanto il sistema camerale non grava sul bilancio dello Stato (che anzi contribuisce a finanziare), ma si regge sul contributo economico delle imprese attraverso il diritto annuale e con i diritti di segreteria per i servizi erogati.

Non è quindi un caso che l’attacco al sistema sia iniziato, prima che con la legge delega dell’agosto 2015, con il decreto legge 90/2014 che ha previsto il perentorio taglio del diritto annuo, che garantisce circa il 75-80% delle entrate camerali, arrivando a stabilire il suo dimezzamento a partire dal primo gennaio del prossimo anno. Con un risparmio medio per le imprese italiane di poche decine di euro l’anno, visto che l’importo medio del diritto annuo era, prima dei tagli, poco al di sopra dei 100 euro.

Come nel caso delle Province, si sono così destabilizzati finanziariamente enti sani per spingerli a compiere tagli pesanti alle spese, a cominciare da quelle del personale, fino ai servizi garantiti da terzi con ulteriori conseguenze occupazionali. Giova ricordare che il sistema camerale (escludendo le attività date in appalto) occupa circa 10mila dipendenti, e di questi circa uno su quattro vede messo a rischio seriamente il proprio posto di lavoro.

Il personale, con il sostegno delle rappresentanze sindacali, è da oltre tre anni in trincea, per tentare di scongiurare la cancellazione dei propri enti e le inevitabili conseguenze occupazionali. Tantissimi sono stati i momenti di mobilitazione locale e nazionale a sostegno della vertenza, riuscendo a portare nelle commissioni parlamentari, come in tanti consigli regionali e comunali, la problematica delle Camere, dei propri dipendenti, e delle ripercussioni rilevanti per le economie territoriali.

Su quest’ultimo punto è necessario ribadire le funzioni di interesse pubblico di cui sono depositarie – ad oggi – le Camere di Commercio: la tenuta del Registro Imprese (che garantisce la pubblicità sulle imprese iscritte); la promozione economica delle imprese e delle economie territoriali; le funzioni ispettive e di regolazione del mercato (dal controllo sulla commercializzazione di prodotti stabiliti dalle normative, al controllo sugli strumenti di misura, come distributori di carburanti, bilance, ecc.); la mediazione ed arbitrato per la soluzione di contenziosi commerciali; il sostegno all’internazionalizzazione delle aziende; le procedure di riconoscimento di marchi e brevetti; le attività di controllo sulle produzioni vinicole ed olivicole; e molte altre importanti attività.

Il provvedimento finale del governo, passando sopra ai reiterati pareri delle Camere, a sostegno di maggiori garanzie sia per le funzioni che per i dipendenti camerali, ha confermato il ridimensionamento di risorse e personale già contenuto nei precedenti atti e nelle dichiarazioni di volontà.

Ora si apre una fase di grave incertezza in attesa di capire a quanto ammonteranno, situazione per situazione, i lavoratori in esubero e per i quali si apriranno tristemente le porte della mobilità. Quel che è certo è che il personale camerale non aspetterà con le mani in mano, ma proseguirà con ancor più forza e determinazione ad incalzare il governo e le rappresentanze politiche ed istituzionali, per riuscire ad attenuare le drammatiche conseguenze di provvedimenti scellerati e dannosi per i lavoratori pubblici, per le imprese e per gli utenti dei servizi camerali.

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