Matteo Renzi definisce, in modo sprezzante, la cosiddetta Prima Repubblica come quella “degli inciuci”. Ma tanti che l’hanno vissuta, a cavallo fra gli anni ‘60 e gli ‘80, non la vedono certo così. L’ex presidente del consiglio dei ministri mostra di non conoscere la storia d’Italia, perché la tanto vituperata Prima Repubblica è stata capace di mantenere coesa una società in piena espansione, espellendo lo stragismo di destra come la follia brigatista, senza intaccare troppo le regole democratiche.

In economia poi il debito pubblico era fermo a 850 miliardi di euro, e solo il divorzio fra Tesoro e Bankitalia, voluto da quelli che saranno gli architetti della Seconda Repubblica, lo fece progressivamente salire agli attuali 2.200 miliardi. Con tutto quel che ne consegue in tema di interessi sul debito, le decine di miliardi sottratte ogni anno alle casse di uno Stato che, con quei soldi, avrebbe poturo avviare politiche economiche pubbliche a sostegno della crescita e dell’occupazione.

Quanto agli inciuci, in Europa tutte le democrazie parlamentari sono guidate da coalizioni, con sistemi elettorali proporzionali più o meno corretti, in cui spicca per equilibrio il sistema tedesco.

La stessa Inghilterra, fedele da sempre al maggioritario uninominale, negli ultimi anni ha dovuto fare di necessità virtù e aprire le porte a una coalizione fra conservatori e liberaldemocratici. Inciuci? Politica piuttosto, che fra le tante è anche l’arte del possibile. Casomai ad essere molto carente è la preparazione dell’attuale classe politica.

Ma questa è un’altra storia. 

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