A Oriente, a Oriente. Un tempo, secoli fa, ci pensava Venezia a commerciare con le misteriose, fantastiche regioni dove il sole nasceva. La repubblica marinara del leone di San Marco è passata alla storia, così come, fino alla seconda guerra mondiale, sono stati importanti i porti controllati dall’impero austriaco e dalla stessa Italia - Trieste in primis - che commerciavano lungo tutto il Mediterraneo e il mare Adriatico.

Da quando la cortina di ferro si è disintegrata, l’Adriatico è tornato ad essere un braccio di mare molto trafficato. Croazia ed Albania sono tornate ad essere mercati fiorenti, sia per il traffico passeggeri che per quello merci, e i porti adriatici - Trieste, Ancona, Bari - hanno conosciuto una nuova espansione.

Mladenka Jelic lavora ad Ancona per una agenzia marittima. Un settore che non conosce crisi, perché lungo quella vera e propria autostrada del mare che è l’Adriatico passano migliaia e migliaia di container e camion provenienti o diretti verso i paesi dell’est europeo. Con un centinaio di addetti diretti, la compagnia marittima dove lavora Jelic è una delle più importanti del comprensorio. Eletta nel direttivo della Filt Cgil delle Marche, Mladenka Jelic si è fatta strada nel lavoro anche grazie alla conoscenza delle lingue slave. “Sono nata a Gradac, sulla costa dalmata. Faccio questo lavoro da vent’anni. Quando sei impegnata allo sportello la conoscenza delle lingue è essenziale. Specialmente quando si commercia con i paesi dell’est, riuscire a districarsi fra i documenti doganali e le altre attività burocratiche legate al trasporto dei passeggeri e delle merci può essere un problema”.

Mladenka è l’ennesimo esempio di come il melting pot sia una ricchezza, in particolar modo in quei settori specializzati nell’import-export. Da combattiva delegata sindacale, fa anche parte del direttivo della Camera del Lavoro di Ancona, dove è stata eletta vicepresidente dell’assemblea generale, si è anche candidata alle elezioni regionali delle Marche per il partito della Rifondazione comunista. Ma nella vita lavorativa non sono state tutte rose e fiori. “Ricordo ancora di quando ricevetti, praticamente all’improvviso, una lettera di licenziamento motivata dalla necessità di ridurre il personale. Eppure ero l’unica dipendente che parlava correntemente croato e serbo”.

A pensar male si fa peccato, ma tutto successe all’indomani della sua candidatura. “Come Cgil abbiamo subito aperto una vertenza – racconta - e raccolto le firme per una petizione contro il licenziamento. La segreteria regionale della Filt impugnò il licenziamento e richiese all’azienda la sua revoca per violazione dell’articolo 28 legge 300/70, attività antisindacale”. Ma quanta fatica. Jelic ricorda il mobbing subito nei mesi successivi alla vertenza. “Non ho mai mollato. Perché sui diritti non si tratta”.

La chiamata per l’assunzione da parte della compagnia è stata importante per Jelic. Grazie alla conoscenza della lingua ha potuto trovare un impiego. “In quel periodo - ricorda - stavo facendo un corso di seicento ore per mediatore culturale al centro servizi immigrati. Avevo rapporti con donne e uomini arrivati da ogni parte del mondo”. Non ha smesso di impegnarsi in questo ambito, visto che ha solo un contratto part- time nella sua azienda, per potersi occupare - insieme alla collega Raffaella, sotto l’egida della Cgil - degli immigrati che arrivano nelle Marche. “Fra le consulenze, le pratiche per la cittadinanza e i ricongiungimenti familiari, e mille altre cose che facciamo, un aspetto determinante è quello legato ai permessi di soggiorno e al loro rinnovo. A questo proposito è giusto ricordare l’impegno della Cgil-Inca contro una tassa odiosa, un autentico balzello imposto dal governo italiano in aggiunta alle spese standard per le pratiche di rinnovo. Fortunatamente, dopo che la Corte europea di giustizia ha sanzionato lo Stato italiano, il governo si trova oggi a dover restituire le somme richieste e riscosse indebitamente dagli immigrati”.

Gli immigrati residenti nelle Marche sono diventati, anno dopo anno, il 10% circa della popolazione. Ma ora la crisi, che continua a mordere, sta facendo sentire i suoi effetti anche in queste zone, tradizionalmente ricche. “Tornano in patria soprattutto donne e bambini - sottolinea Mladenka - perché la vita è diventata troppo costosa e i soldi sono sempre meno, mentre le famiglie che hanno acquisito la cittadinanza italiana sono costrette a spostarsi verso altri paesi europei. Faccio parte della categoria con il più grande numero di iscritti immigrati. Assistere nella società alla lotta tra poveri, spinta da atteggiamenti razzisti, è spesso causa di amarezza, ma insieme di spinta per crescere dentro il sindacato nella lotta per i diritti e per una società multietnica”. Un paese che non riesce ad accogliere, invecchia e ha paura del futuro.

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