C’è senz’altro da tirare un sospiro di sollievo per il risultato dell’agognato secondo turno delle elezioni presidenziali austriache. Dopo l’annullamento della prima vittoria di Van der Bellen da parte della Corte Costituzionale e il successivo rinvio del nuovo voto, molti temevano che il giovane e brillante candidato dell’estrema destra Hofer avrebbe avuto la meglio sul settantenne professore di economia, ex leader dei Verdi. Tutti i sondaggi danno infatti l’FPÖ (il Partito austriaco delle libertà) di Hofer come ampiamente primo partito, con percentuali oltre il 30%.

Un altro errore dei sondaggisti? In realtà la vittoria di Van der Bellen, un liberale che in politica economica con difficoltà definiremmo di sinistra, è certo un fatto positivo, ma difficilmente rappresenterà un’inversione di tendenza rispetto alla crescita dell’FPÖ o alla costruzione di una alternativa progressista alla crisi storica dei due (ex) grandi partiti tradizionali, l’SPÖ (il Partito socialdemocratico, storicamente il primo partito in Austria) e l’VPÖ (il Partito popolare).

Al primo turno Hofer ha preso il 35,1% e dopo di lui c’erano due candidati indipendenti: Van der Bellen (21,3%) e la liberale Griss (18,9%). I candidati di cartello dei due partiti di governo hanno riportato il peggior risultato di sempre: Hundstofer (SPÖ) l’11,3%, e Kohl (VPÖ) l’11,1%. Al ballottaggio Van der Bellen ha vinto grazie al fatto di non essere percepito come espressione dei vecchi partiti: ha impostato la sua campagna da indipendente, con toni moderati e mai di demonizzazione dell’avversario, anche se i Verdi hanno ovviamente costruito e sostenuto tutta la sua campagna.

Molti si stupiranno, ma in Austria non è avvenuto niente di analogo al ballottaggio francese del 2002, quando le forze progressiste e di sinistra sostennero Chirac pur di fermare il pericolo Le Pen. In un paese non abituato alla conflittualità sociale e politica, una campagna basata sul pericolo “fascismo” avrebbe reso più difficile, non più facile, battere Hofer. Questa strategia ha certamente pagato, assieme alla capacità – nel lungo periodo tra il primo ed il secondo turno – di lavorare nelle aree che erano risultate più difficili per Van der Bellen: le periferie delle grandi città, e soprattutto la provincia e le campagne.

Per capire perché non fosse praticabile una campagna elettorale basata sulla denuncia del “fascismo” di Hofer o dei rischi per la democrazia rappresentati dall’FPÖ, si deve analizzare il modo in cui un sistema politico in crisi si confronta con l’ascesa dell’estrema destra – apparentemente irresistibile. Partiamo, intanto, dall’FPÖ. Il suo leader Strache – il volto più aggressivo del partito – fa effettivamente paura ogni volta che apre bocca. Eppure, da un paio d’anni, la strategia del partito sembra puntare soprattutto sul raggiungimento di una legittimazione istituzionale e il linguaggio è sempre allusivo, mai esplicitamente razzista. Forse questo è anche il frutto di un sistema elettorale proporzionale: per andare al governo l’FPÖ avrà bisogno di alleati in parlamento, e la sua retorica anti-sistema non può spingersi troppo nella denigrazione degli avversari, con cui potrebbe domani negoziare un’alleanza di governo (come accadde a Haider tra il 2000 e il 2002 con i popolari dell’ÖVP).

Le grandi manovre sono in corso anche nell’SPÖ, che due anni fa per la prima volta ha rotto il suo ultimo tabù, costruendo una coalizione di governo “rosso-blu” nello stato del Burgenland (siamo in uno stato federale), aprendo una lotta interna tra la “sinistra” (guidata dal sindaco di Vienna Häupl) e la “destra” di chi teme che, se non si è pronti ad allearsi con l’FPÖ, prima o poi l’alleanza la faranno i conservatori dell’ÖVP.

Il più grande alleato dell’estrema destra, dunque, è l’incapacità del sistema politico tradizionale di dare risposte adeguate alle fasce popolari, nelle periferie e nelle aree rurali. L’Austria non è “Vienna la rossa”, governata da una coalizione rosso-verde e dove Van der Bellen ha preso il 65%, vincendo in tutti i 23 municipi, compresi quelli in cui l’FPÖ è il primo partito. Eppure, perfino a Vienna, l’FPÖ solo un anno fa prese oltre il 31%! In questo senso, Van der Bellen presidente garantisce soltanto che non ci sarà un arbitrario scioglimento delle camere per andare a elezioni anticipate.

Dalla crisi di conservatori e socialdemocratici – costretti a una innaturale alleanza ormai da quasi un decennio, in assenza di maggioranze autosufficienti – non trae beneficio alcuna ipotesi progressista. Neppure i Verdi, che hanno gestito con grande intelligenza la campagna elettorale per Van der Bellen, raccolgono l’insoddisfazione crescente, anzi sembrano soffrire un declino meno rapido di quello dei due grandi partiti storici ma ugualmente inesorabile. Ci vorrebbe qualcosa di nuovo, che per ora non c’è.

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