Siamo in piena migrazione verso un soggetto nuovo, che avevamo immaginato e proposto ben diversamente da quello che invece si è concretizzato. Di fatto, ci troviamo in una bruttissima fase di passaggio, aggravata dal blocco delle retribuzioni e da prospettive molto scarse di miglioramento delle condizioni di lavoro, visto che viene sbandierato continuamente che tutta questa operazione deve essere fatta a costo zero.

Il miglioramento che chiediamo va in tre direzioni: economica, organizzativa e delle condizioni di sicurezza nello svolgimento del nostro lavoro.

Dopo il blocco del contratto, è evidente che le carenze economiche sono molteplici, ma ora si aggiungono anche quelle che scaturiscono dall’unificazione di lavoratori provenienti da enti diversi, con trattamenti contrattuali di base simili, ma con enormi differenze sulle indennità accessorie.

Nella video conferenza tenutasi nel gennaio 2016, il direttore dott. Pennesi, nel presentare l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, non ha fatto mistero del rischio concreto di aperture di cause giudiziarie da parte dei dipendenti al fine di richiedere la parificazione delle retribuzioni, e quindi ha verbalmente “tranquillizzato” la platea, asserendo che la problematica sarebbe stata affrontata e progressivamente risolta. Invece, sia noi, del Ministero del Lavoro, (che vorremmo un miglioramento delle nostre magre condizioni economiche), che i colleghi degli Istituti, per il verso esattamente contrario (che temono un taglio delle loro indennità), non stiamo affatto tranquilli, e chiediamo quindi il massimo impegno del sindacato, perché su questo argomento, si gioca molta della sua credibilità.

L’equiparazione delle retribuzioni verso quelle più favorevoli, dovrebbe essere un atto di giusto riconoscimento dell’attività lavorativa di ciascuno e non deve creare divisioni tra i lavoratori, ora che, fianco a fianco, svolgono le stesse mansioni, sotto lo stesso tetto. Se poi, confrontassimo le nostre retribuzioni con quelle dei colleghi europei, il divario sarebbe enorme: stiamo parlando di oltre 2.500 euro della sola retribuzione stipendiale netta.

Su questo punto tutto il sindacato dovrebbe riflettere perché in passato sono state create ingiustificate sperequazioni che oggi bisogna assolutamente risolvere.

Per molta parte del personale ministeriale, esiste il problema delle riqualificazioni economiche che va risolto quanto prima.

Parlando di riqualificazioni, ad esempio, proprio in questi giorni, il personale ispettivo Inps sta svolgendo le prove di un concorso interno, che permetterà un avanzamento di livello dei partecipanti.

Come si ritroveranno i tre gruppi di dipendenti (Dtl, Inps, Inail) una volta accorpati?

Nella gestione del nuovo Ente, non dimentichiamo che dovrà essere effettuata una maggior integrazione tra i compiti del personale interno e quelli degli ispettori, perché è fondamentale capire (e far capire) che uno supporta l’altro, e rivedere anche la posizione degli ispettori tecnici, oggi più che mai lasciati in una sorta di “limbo”, che vivono una crisi di identità, in quanto i confini delle loro mansioni, invece di rafforzarsi, sfumano, mischiandosi sempre più con quelli degli ispettori amministrativi. In merito a questo punto ho un documento da consegnare.

Le modalità in cui siamo costretti a svolgere il nostro lavoro sono, a dir poco, medievali. Dobbiamo adempiere ad una moltitudine di obblighi burocratici assurdi, spesso ingiustificati e anacronistici. E non parlo di quelli connessi alla funzione ispettiva, regolamentata dalla legislazione specifica, ma spesso “interpretata” da molti responsabili delle aree vigilanza, in modo personalistico, formalistico, pedante e cavilloso. Quello di cui parlo è frutto della stratificazione accumulatasi nel tempo che ha origine con i doveri degli “impiegati civili dello Stato”. Esempi possono essere fatti sia nelle modalità con cui si svolgono le “missioni” (mai termine fu più appropriato), che per la fruizione dei più elementari diritti sindacali. Ma un aspetto peculiare, che va sottolineato con forza, è quello relativo all’aggiornamento professionale. In sostanza è assente. Non è previsto come forma obbligatoria, costante, qualificata e neppure si può effettuare quello facoltativo, come, ad esempio, esiste nel contratto del servizio sanitario nazionale. Quindi, non resta che usare il proprio tempo libero (le ferie) e il proprio reddito (lo stipendio) per mantenersi aggiornati e quindi, autorevoli. Questa situazione è particolarmente più grave per i colleghi ispettori tecnici, che si occupano di salute e sicurezza del lavoro, che il Ministero, praticamente ignora e penalizza.

Dai fatti di Casalnuovo (2014) ad oggi, nei confronti degli ispettori del lavoro è stato un crescendo preoccupante di aggressioni verbali, fisiche e di atti vandalici (nei confronti delle nostre auto, perché è con quelle che lavoriamo). Abbiamo sperimentato per primi l’insensibilità della nostra amministrazione nel momento in cui vi era la richiesta di sostenere la nostra attività al fine di tutelarla.

Da parte del Ministero c’è stato solo qualche timido segnale di sostegno e approvazione del nostro lavoro, mentre i mass media ci massacravano, nelle trasmissioni più seguite e con notizie sempre imprecise, mirate spudoratamente a fare audience.

Per contro, ci viene richiesto di lavorare con la tabella qualità in testa, dove alcune sanzioni “valgono” più di altre, dando per scontato il nostro apporto volontario e considerandolo già acquisito in sede di programmazione dei risultati, il tutto, spesso aggravato da dirigenti che hanno dimostrato in più casi, di essere completamente inidonei e distaccati dalla realtà e di pensare solo ed esclusivamente al raggiungimento numerico dei risultati (e intuisco che in futuro questa loro posizione diventerà ancora più opprimente), ignorando totalmente il vero significato del nostro lavoro e le problematiche che scaturiscono da questo.

Si innesca quindi il circolo vizioso: esci, sanzioni, provochi reazione della ditta che fatica per non chiudere, vieni aggredito, …ma fa niente, tu pensa a rispettare la tabella di marcia.

Siamo, quindi, scoperti nella tutela delle nostre auto, che siamo obbligati ad usare, perché senza di quelle il lavoro non si riesce a svolgere e non possiamo avere quelle di servizio con l’attuale legislazione. L’assicurazione Kasko è insufficiente a coprire tutti i rischi cui andiamo incontro e i rimborsi non sono adeguati nemmeno per coprire le spese di manutenzione ordinaria che vengono sostenute. Scoperti, anche, nella gestione del conflitto che si viene a creare con l’aggressore di turno, poiché la tutela giudiziaria, è a carico nostro. Riteniamo, invece, che in questi casi il Ministero si dovrebbe costituire parte civile. Scoperti, ancora, nello svolgimento del lavoro quotidiano, in quanto non abbiamo una copertura assicurativa in caso di errori nella compilazione dei verbali.

Diversi colleghi hanno deciso di stipulare e pagare delle assicurazioni per conto proprio, ma noi non siamo liberi professionisti.

Siamo disposti a lavorare……, ma con adeguato sostegno economico e organizzativo!!

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