Il 20 gennaio, dopo una lunga malattia, ci ha lasciato Bruno Amoroso, amico e compagno di molti fra noi. Una perdita grave e dolorosa, specie per chi ha avuto l’avventura e il privilegio di conoscerlo da vicino, in una stagione della vita in cui - come nel mio caso - certi incontri possono ancora incidere sulla formazione del carattere e della personalità. I valori, i gusti, gli stili di vita.

Bruno ha avuto su di me questa influenza, ed io per quello gliene resterò eternamente grato. Era l’estate del 1984; mi ero appena diplomato e giravo in autostop per il nord Europa. Lui, di 30 anni più grande, insegnava politica economica all’Università di Roskilde (Danimarca). Ci incrociammo casualmente; l’autore del libro che stavo leggendo in un parco di Copenaghen (il celebre Gunnar Myrdal) era suo collega e amico. Ci volle un attimo e fu l’inizio di un’amicizia intensa e ininterrotta. Mi ha fatto l’onore di parlarne nella sua autobiografia (“Memorie di un intruso”, Castelvecchi, 2016). Nel suo dipartimento scrissi la mia tesi di laurea, per poi tornarci durante il dottorato e tante volte ancora, fino all’ultima, lo scorso settembre.

Che posto in quegli anni casa sua a Copenaghen! Ci potevi incontrare Augusto Graziani, Massimo Paci, Ugo Ascoli, Luciana Castellina, Riccardo Petrella. E prima ancora il suo maestro e mentore Federico Caffè, della cui misteriosa scomparsa suggerirà l’ipotesi del ritiro in clausura. Bruno era espatriato a Copenaghen sul finire degli anni ’60 e aveva un incarico all’Università di Roskilde, che in quegli anni di contestazione incarnava l’utopia di un sapere alternativo.

In Italia si fa notare con due volumi editi nell’80 da Laterza: “Lo stato imprenditore”, con cui ripercorre la centralità dell’impresa pubblica nello sviluppo post-bellico del paese, e “Rapporto dalla Scandinavia”, grazie al quale la sinistra italiana scopre il significato e il valore di un modello che, come lui stesso stigmatizza, la tradizione comunista aveva colpevolmente relegato all’insignificanza.

Dalle pagine del “manifesto” e di “Pace e Guerra”, Bruno spiega la natura di quel compromesso; la sua ascesa e declino, intorno al ruolo del movimento operaio e al nesso che potentemente lega la socialdemocrazia al sindacato industriale. Grazie a lui, apprendiamo del modello salariale svedese “Meidner-Rehn”, dal nome dei due economisti che lo ispirano, in base al quale livelli e dinamica sono fissati ed estesi dal settore più remunerato dell’export. O dei piani di democrazia economica con cui, negli anni ’70, la sinistra sindacale e politica nordica pone in agenda l’ambizioso obiettivo di socializzare la proprietà, con l’istituzione di fondi sindacali di gestione a cui trasferire i super-profitti delle imprese. Il culmine di quel percorso graduale e democratico al socialismo, iniziato negli anni ’30, con i grandi compromessi di classe con cui le società scandinave sventano, sui due lati, l’avvento di quei regimi totalitari che dilagano nel continente.

Bruno è un comunista; sin da ragazzino, quando organizza bande di coetanei nel quartiere di Monteverde a Roma. Da allora sarà sempre attratto da tutto ciò che nel mondo, in un modo o in un altro, può incrinare l’imperialismo del capitalismo occidentale. Il socialismo sovietico, quello scandinavo, quello terzomondista. La caduta del muro, e la globalizzazione che da essa si dispiega, rappresentano per Bruno una simultanea e disastrosa disfatta per tutti e tre. D’ora in poi tutto il suo impegno intellettuale e politico è volto a contrastare questa deriva, interloquendo coi più svariati compagni di strada: dai centri sociali al Cnel (con alcuni apprezzati rapporti sul dialogo euro-mediterraneo), passando per i gesuiti; dalla sinistra Cgil e il Prc, al M5S e alla trasmissione di Paragone. Contro l’Europa di Maastricht e contro l’euro. Ovunque e con chiunque, se solo si è disposti a intendersi intorno alla natura disumana della mercificazione capitalista.

I suoi numerosi libri, in questi anni, sono una denuncia implacabile e viscerale non solo di ciò a cui siamo giunti – definito “apartheid globale” – ma della sua stessa genesi. Che egli rintraccia nella “hybris” di un occidente che, nel passaggio braudeliano dall’egemonia mediterranea a quella nord-atlantica e anglosassone, perde ogni senso del limite, macchiandosi dei peggiori crimini. Da Pietro Barcellona, che io ebbi l’onore di introdurgli e con cui instaurò un forte sodalizio, mutua la critica dell’universalismo giuridico, e ai valori cosmopoliti dei western globalists contrappone l’importanza della comunità e dei suoi legami sociali.

Da qui la sua fascinazione per le culture extra-europee. I suoi viaggi in Libia, Vietnam e Cina; la provenienza terzomondista dei suoi studenti. Scriverà di “Un’Europa possibile” fondata su cooperazione, macro-regioni e beni comuni, ma in lui prevale ormai un cupo pessimismo. “Not in my name”, è la chiusura del suo testamento politico e autobiografico.

Bruno si considerava un “intruso”; accademico fra i militanti, ma dall’anima troppo proletaria – era molto fiero delle sue origini modeste – per assuefarsi ai salotti radicali e alle liturgie dell’homo accademicus. Amava il Pasolini anti-borghese, che traduce in danese, approvando la rivolta populista contro le élites, teorizzata da Christopher Lasch. Terreni su cui non di rado si finiva col litigare, come pure quando si parlava di Urss, democrazia e post-colonialismo. Ma per lo più si discuteva con grande serenità delle cose della vita, dei viaggi, dei libri che leggevamo.

L’ultima volta che ero stato da lui, a settembre, stava già molto male. Mi lusingò trovarlo alle prese con un libro che gli avevo raccomandato io (E. Carrère, “Il Regno”), laddove lui mi attrasse con due titoli sulla vita di Kierkegaard.
Una grande consuetudine rendeva questi nostri dialoghi un’oasi di serenità. Intermezzati da improvvisi attacchi di ridarella, lui altrimenti così controllato e austero, irresistibilmente contagiosi. Persino l’ultima volta se n’era fatti venire un paio. Mi riscaldava il cuore. E ora che non c’è più, non posso che provare una grande, malinconica nostalgia. Per quello, tanto, che ci siamo detti. Per quello che avremmo potuto ancora dirci.
Ciao Bruno

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