La fotografia dell’Italia che ci viene consegnata da diversi studi è quella di un paese in cui sono aumentate le diseguaglianze economiche e sociali, si è aggravata la differenza nord-sud, e la disoccupazione giovanile al 40% non dà segnali di inversione di rotta. La ricchezza tende ad accumularsi sempre di più nelle mani di pochi, e c’è un impoverimento graduale ed inarrestabile di quanti fino a 15 anni fa potevano essere definiti “ceto medio”; un ceto che vede salari più bassi, figli senza lavoro, pensioni più povere.

Dal secondo “Rapporto sulla qualità dello sviluppo in Italia”, realizzato da Tecnè e dalla Fondazione Di Vittorio, emerge tra le altre cose un sentimento di sfiducia: solo il 31% degli intervistati pensa che la situazione economica dell’Italia potrebbe migliorare nei prossimi 12 mesi. Se si guarda al lavoro, solo il 24% pensa che l’occupazione crescerà.

I numeri da un lato, e la percezione della condizione reale e delle aspettative future dall’altro, scaturiscono da diversi fattori. Uno su tutti è la continua perdita di valore del lavoro e dei diritti. Il lavoro è precario, frammentato, in nero, sottopagato, sfruttato – lo sanno bene tanti dei nostri braccianti – ridotto spesso non solo a merce ma a elemento di ricatto. Un lavoro così inteso non riesce ad essere portatore di dignità e riscatto, ma un freno allo sviluppo del singolo e dell’intero paese.

A questo quadro drammatico la Cgil e la Flai non intendono rassegnarsi. Per questo con tenacia abbiamo scommesso sulla Carta dei diritti universali e sui quesiti referendari. Con la prima abbiamo voluto riscrivere i diritti di chi lavora in termini di inclusività; con i secondi intendiamo cancellare alcune aberrazioni legislative che rendono ancora più precario e selvaggio il mercato del lavoro: i voucher, e le norme che limitano la responsabilità solidale negli appalti.

Con queste straordinarie iniziative, con la raccolta di firme per presentare i referendum e la proposta di legge di iniziativa popolare della Carta dei diritti, abbiamo coinvolto milioni di uomini e donne, lavoratori, pensionati, giovani; abbiamo riportato al centro dell’agenda politica e mediatica il tema del lavoro e delle reali condizioni di vita dei lavoratori, dei precari e di chi un lavoro lo cerca. Grazie all’impegno della Cgil il lavoro riprende la scena, i diritti dei lavoratori tornano ad essere centrali, anche per chi avrebbe voluto espellerli dal dibatto politico e dall’azione politica.

Siamo così arrivati ai nostri due quesiti referendari: l’11 gennaio la Corte Costituzionale ha approvato i quesiti referendari su voucher e appalti. Ora chiediamo che, nel rispetto della Carta, venga fissata la data per la consultazione. Come recita il nostro slogan #Con2Sì vogliamo “liberare il lavoro” e costruire “tutta un’altra Italia”.
Con il quesito sugli appalti chiediamo di abrogare le norme che limitano la responsabilità solidale negli appalti, che significa impedire differenze di trattamento tra chi lavora nell’azienda committente e chi in appalto o subappalto. Una catena che spesso diventa così lunga da far sì che chi svolge lo stesso lavoro non si vede garantito stessi diritti e stesse tutele, e spesso è anche difficile risalire al datore di lavoro “principale”. Con il quesito vogliamo introdurre il principio che ci sia uguale responsabilità tra committente e appaltatore su tutto ciò che succede nei rapporti di lavoro. In tema di appalti, per la nostra categoria il settore della macellazione delle carni è tra i più esposti con gravi episodi di violazioni su orario di lavoro, mansioni, salari, salute e sicurezza, con aumenti di infortuni e processi non chiari di esternalizzazione.

L’altro quesito riguarda l’abrogazione dei voucher, il cui uso selvaggio li ha resi metodo diffuso di pagamento per attività che non sono né accessorie né occasionali. In realtà non sono serviti ad evitare il lavoro nero, ma a rendere precario e privo di tutele un lavoro che poteva e doveva essere regolarmente contrattualizzato. Sappiamo bene come con uno o due voucher sia “pagata”, anzi sottopagata, un’intera giornata di lavoro. Dal punto di vista previdenziale, circa l’84% dei percettori di voucher non riesce a maturare nemmeno l’accredito minimo di un mese di contribuzione. Insomma ci troviamo di fronte a un vero dramma occupazionale e sociale.
La posta in gioco è importante, per le persone e per il paese, e in queste settimane dovremo impiegare tutte le nostre energie affinché quante più persone siano consapevoli dell’importanza di recarsi al voto e votare Sì, per cancellare leggi sbagliate e per un’Italia rispettosa del lavoro e dei diritti dei lavoratori.

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