Una donna cinese trovata cadavere in un maglificio ha fatto riaccendere le luci sulla Chinatown pratese. Con l’ambulanza sono arrivati i finanzieri, che hanno rilevato come gli operai vivessero in un dormitorio al primo piano, mentre al piano terreno lavoravano almeno in trenta. Di questi, solo sei o sette, in regola, hanno testimoniato che la donna non aveva chiesto aiuto e sembrava in buone condizioni. Degli altri lavoratori nessuna traccia, a causa della mancanza del permesso di soggiorno. Permesso che anche la povera vittima, vedova e con i figli in Cina, non aveva.

La lunga battaglia civile avviata dopo la strage del Macrolotto del dicembre 2013, quanto sette operai morirono bruciati in un capannone, è lontana da finire. In questi anni la task force regionale “Lavoro sicuro” ha controllato tutte le 7.700 aziende cinesi disseminate fra le province di Prato, Pistoia e Firenze, compreso l’Empolese Valdelsa.
Il lavoro degli ispettori è stato positivo: se all’inizio soltanto il 15% delle aziende cinesi controllate era in regola con la sicurezza (solo il 6% a Prato), oggi la percentuale è salita al 58%.

E più dell’80% delle aziende non in regola ha rispettato le prescrizioni sulla sicurezza entro il termine concesso dalle autorità. L’altra faccia della medaglia racconta di un 42% delle aziende ancora a fortissimo rischio.

E continuano a proliferare quelle intestate a prestanome: sono stati scoperti due studi di commercialisti che producevano falsa documentazione per ottenere rinnovi dei permessi di soggiorno.

E i cinesi regolarizzati venivano utilizzati come prestanome per aziende da far sparire in caso di controlli.

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