A nome della confederazione, Susanna Camusso ha spiegato in poche parole la vertenza impossibile di Alitalia: “Siamo molto preoccupati per un piano industriale che, più che un piano industriale, ci pare una sequenza di tagli dell’occupazione e delle retribuzioni. Non siamo convinti che un ridimensionamento sia di per sé un piano industriale, quindi rivendichiamo che ci sia davvero una prospettiva industriale per Alitalia”.

I numeri dicono che, in due “riorganizzazioni” in soli dieci anni, 12mila posti di lavoro sono andati perduti. Non solo drammi individuali, appena leniti - ma con il rischio di incranchenimento - dagli ammortizzatori sociali. A sparire dai radar è stata anche la “mission” dell’ex compagnia di bandiera, oggi divisa fra chi nella pratica intende inseguire sul suo terreno Ryanair – una follia - mentre alcuni boatos ipotizzano un futuro prossimo legato a doppio filo a Lufthansa. Ma in quale veste, con quali progetti industriali, e soprattutto quali effettivi?

Al tavolo di “trattativa” in corso, la Filt Cgil ha avvertito: “Basare un piano industriale sul vincolo di un accordo con il sindacato, chiamato ad accettare licenziamenti e tagli retributivi, è un ricatto e non una trattativa. Occorre che Alitalia diventi realista e non chieda al sindacato e ai lavoratori un consenso che su queste proposte è impossibile. Il piano industriale è privo di criteri di sviluppo, e centrato unicamente sul taglio dei costi, tra occupazione e salari”. Degli 11.550 addetti superstiti se ne vorrebbero tagliare altri 2.500/3.000. Eppure in base all’ultimo bilancio il costo medio per dipendente è solo il 16,5% dei costi totali, inferiore a quello di Air France, Lufthansa e British Airways.

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