Il Parlamento ha approvato la legge delega per il contrasto alla povertà. Dobbiamo vigilare sui decreti delegati e sulle adeguate risorse.

Negli ultimi dieci anni, dall’inizio della crisi ad oggi, la povertà assoluta è aumentata nel nostro paese del 155%. Si è passati da 1 milione e 800mila persone povere a 4 milioni e 600 mila. Un dato sconcertante e drammatico, considerando che la “povertà assoluta” equivale, rispetto alle definizioni e alle classificazioni dell’Istat, a una condizione che si registra sotto lo standard di vita “minimamente accettabile” con riferimento ad alimentazione, vestiario, abitazione, possibilità di utilizzare beni e servizi in grado di tutelare la salute e soddisfare esigenze primarie.

Malgrado le proporzioni e la gravità del fenomeno, caratterizzato da sacche sempre più consistenti di popolazione che scivolano verso l’indigenza, la miseria, l’esclusione, determinando una vera e propria piaga ed emergenza sociale, l’Italia – fino al mese passato – risultava essere l’unico paese in Europa nel quale non erano previsti “sostegni pubblici” a favore delle persone e delle famiglie povere. Finalmente, anche grazie ad importanti azioni di sensibilizzazione e di rivendicazione nei confronti delle istituzioni – esercitate soprattutto dall’ “Alleanza contro la povertà” della quale la Cgil, insieme a Cisl, Uil, Acli, Caritas, Anci e tante altre realtà, è tra i soggetti fondatori – il Parlamento ha approvato la legge 33 del 15 marzo 2017, denominata “Delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali”.

Si tratta, traguardando verso la concreta attuazione di principi fondamentali contenuti nella Costituzione italiana e nella Carta dei diritti dell’Unione europea, di una legge con la quale si delega il governo ad adottare decreti legislativi che prevedono: il reddito di inclusione (Rei), inteso come contributo economico pubblico rivolto ai poveri, per affrontare le difficoltà economiche odierne e porre le basi per un futuro diverso e migliore, e il rafforzamento del coordinamento degli interventi sociali in attuazione della legge 328/2000.

Siamo in presenza di un risultato significativo ed importante, che può determinare un vero e proprio momento di svolta nell’azione di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Ma ora occorre non abbassare la guardia, rispetto alla concreta scrittura dei decreti delegati che, in coerenza con la legge, dovranno coniugare il sostegno al reddito con il rafforzamento di servizi universali volti all’inclusione sociale. Vi è poi il tema, centrale e nevralgico, delle risorse economiche che appaiono insufficienti, soprattutto in considerazione di quei progressivi tagli sul welfare – anche in termini di minori trasferimenti alle regioni e agli enti locali – che rendono complicato e difficile il sostegno verso politiche basate sui servizi e le reti territoriali.

Il rischio, in assenza di risorse sufficienti, è che le norme contenute nella legge non decollino e quindi non riescano, nella pratica, ad incidere su quella vera e propria vergogna nazionale descritta dai dati Istat sulla povertà. Ancora una volta il tema di fondo risiede in una cultura liberista che ha declassato il welfare a “costo”, a qualcosa che può essere finanziato solo se vi sono risorse che avanzano, anziché in investimento verso la coesione sociale e la solidarietà, utile per far ripartire concretamente la crescita, vero volano di sviluppo.

Il pericolo, se non si ribaltano questa cultura e questo approccio, è quello di progressivi passi indietro rispetto all’insieme delle conquiste sociali e civili nel nostro paese. Vengono infatti messe in discussione dalle fondamenta non solo le recenti leggi come quelle sulla “povertà” o sul “dopo di noi”, ma anche quelle che nel 2018 compiranno 40 anni: la legge Basaglia, la 194 sull’interruzione di gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale.

Per questo appare sempre più necessario ed urgente, come recentemente condiviso dai segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil con delega sul welfare, definire e agire una vertenza generale finalizzata a mettere al centro dell’agenda politica i temi della salute, del benessere, dell’inclusione, dell’accoglienza, dell’integrazione. Per aggredire e superare davvero tutte le disuguaglianze, le situazioni di esclusione, le povertà.

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