Il voto espresso dal popolo italiano il 4 dicembre scorso contro la riforma costituzionale del governo Renzi costituisce un vero e proprio spartiacque politico. Ha determinato una battuta d’arresto dell’azione governativa, improntata ad un attacco frontale ai diritti del lavoro (jobs act), e all’autonomia e libertà dell’insegnamento (buona scuola). L’esito immediato è stata l’uscita (formale) dalla scena politica del premier, e la proposizione di un governo fotocopia ed eterodiretto. Fra i primi atti del governo Gentiloni, registriamo con preoccupazione il varo dei decreti Minniti-Orlando, una miscela esplosiva che parla agli istinti primordiali del paese e che sembra fatta apposta per cavalcare l’onda di un disagio crescente degli strati più deboli della popolazione, al quale non si riesce a dare una risposta adeguata. E’ partita la campagna elettorale.

La Cgil ha attraversato questi ultimi mesi lanciando una proposta forte del consenso di milioni fra lavoratrici e lavoratori, calibrata su tre quesiti referendari e una legge di iniziativa popolare. Come è noto, la Corte Costituzionale ha cassato uno dei quesiti (articolo 18), ma la nostra azione non si è fermata, né ha subito il contraccolpo della perdita del quesito, forse, dal punto di vista simbolico, più significativo.

Guardando agli ultimi cinque anni, possiamo dire che – dopo la fase di afasia seguita alla riforma Fornero – sono stati messi a segno dalla Cgil alcuni colpi fondamentali: dall’accordo sulla rappresentanza (con tutte le sue criticità), che contribuirà a rendere cogente l’articolo 39 della Costituzione, al Piano per il lavoro, fino alla Carta dei diritti, recentemente incardinata nei lavori della commissione parlamentare.

Insomma, seppure aiutata da una contingenza favorevole, la nostra azione politica ha influenzato pesantemente l’agenda governativa, fino al decreto di abrogazione delle norme riguardanti i voucher e la responsabilità solidale negli appalti. Una vittoria inequivocabile, che sta condizionando lo scenario politico (si pensi alle dinamiche interne al Pd, e alla neonata esperienza dei Democratici-Progressisti).

Il congresso della Cgil si colloca all’interno dello scenario delineato, proponendo un’organizzazione in grado di fare proposte e di vincere battaglie; per la prima volta dopo molti anni. Un congresso che si vorrebbe fare in modo innovativo, con documenti aperti alla discussione dei territori, che si celebri in tempi più ridotti dell’ordinario, in grado di sollecitare una vera discussione politica e di rappresentare il sentire dell’intera organizzazione.

La sfida, ambiziosa, necessita di un grado di responsabilità rilevante e di forte capacità innovativa. Sono diversi gli aspetti su cui fermare l’attenzione, ma ne proponiamo uno specifico, che ci sembra lo snodo del prossimo congresso. Date le premesse, appare evidente come si chiami a raccolta l’intero corpo dell’organizzazione intorno ad una proposta (documento congressuale) unitaria. La stessa articolazione delle diverse sensibilità sembra condensarsi tutta all’interno dell’attuale maggioranza, trovandosi l’attuale unica area programmatica congressuale in una condizione di frammentazione e difficoltà.

Il punto è presto detto: come si rappresentano le differenze all’interno della stessa maggioranza? Può sembrare un tema marginale, tutto rivolto all’interno. Viceversa riteniamo si tratti di una questione centrale per la democrazia in senso generale, soprattutto in una fase in cui la rappresentanza nello scenario politico nazionale appare sempre più soffocata da sistemi elettorali con forti profili anticostituzionali (italicum), e la partecipazione popolare si esplica appieno soltanto in relazione a temi centrali per il paese (referendum sull’acqua e sulla riforma costituzionale).

La rappresentazione delle differenze – naturali in un’organizzazione di 5,5 milioni di iscritti – oggi è riflessa artificiosamente dalle dinamiche interne ai gruppi dirigenti, non essendoci più un rapporto effettivo fra gli orientamenti politici interni e la composizione plurale dello scenario politico. Sappiamo tutti che la presenza di iscritti e dirigenti che hanno votato M5S è sempre più rilevante, ma appare espunta dalla nostra riflessione.

Come si ricompone l’articolazione presente nella nostra organizzazione e come si rappresenta? Questa è la discussione che ci aspetta nei prossimi mesi. Dovremmo avere la capacità – come per i referendum sul lavoro – di introdurre forti novità rispetto ai nostri canoni tradizionali, immaginando un’articolazione dell’attuale maggioranza, formalizzata e agibile e, in qualche modo, in grado di rappresentare le differenze anche nella selezione del gruppo dirigente.

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