Ill testo di riforma della legge 394, legge quadro sulle aree naturali protette, elaborato dal Senato, e recentemente approdato alla Camera, quasi deserta per l’occasione, solleva forti preoccupazioni da parte di personalità della cultura, del mondo scientifico e di molte associazioni ambientaliste italiane. Criticità che in gran parte condividiamo e che auspichiamo vengano tenute in considerazione, per un rilancio delle aree protette italiane e un’efficace riforma della legge stessa.

Il concetto di “area protetta” ha subito negli anni una profonda evoluzione. Le aree naturali protette, chiamate anche oasi o parchi naturali, sono porzioni di territorio che la legge tutela per il loro particolare interesse naturalistico, ambientale o storico-culturale. Il summit mondiale per l’ambiente di Rio de Janeiro (1992) ha individuato proprio nei parchi il principale strumento di conservazione della biodiversità.

La legge 394 del 1991 regola la gestione della natura e promuove lo sviluppo sostenibile di un complesso sistema di aree (871 tra nazionali e regionali), interessa oltre l’11% del territorio nazionale (5 milioni di ettari tutelati a terra e mare, compresi 658 chilometri di costa), coinvolge tutte le Regioni e una popolazione di oltre dieci milioni di cittadini residenti in oltre duemila comuni, per la gran parte piccoli o piccolissimi.

Attraverso questo sistema di parchi e riserve, con una superficie doppia della media europea, si conserva la gran parte del patrimonio di biodiversità di cui è ricco il nostro paese (custodiamo un terzo della fauna e il 50% di specie floristiche presenti in Europa), e si promuove un’economia della natura che interessa 250mila imprese agricole e un settore del turismo-natura che registra oltre cento milioni di presenze e un fatturato totale di circa 5,5 miliardi di euro, con un incremento annuo dell’1,8%. In questo contesto, pur condividendo la necessità di riformare la legge 394 per aggiornarla ai cambiamenti normativi nazionali ed europei intervenuti in questi anni, consideriamo irragionevole che la discussione sia stata per molti anni limitata ai pochi addetti ai lavori. Al margine dell’elemento partecipativo, che risulta comunque di fondamentale importanza, le maggiori criticità che rintracciamo riguardano la governance, le royalties, la protezione della biodiversità, il controllo faunistico e il mancato riconoscimento delle aree marine.

Nello specifico: la nomina del presidente e del direttore del parco e il difficile equilibrio nei consigli direttivi, con l’ingresso nella componente riservata allo stato di rappresentanti del mondo agricolo e la scomparsa della componente scientifica; le aree marine protette per le quali, nonostante insistano sull’ambito demaniale per eccellenza - il mare - non è previsto nessun ruolo nella gestione per lo Stato. Inoltre i loro enti di gestione vengono trattati come enti secondari.

Ancora, la mancanza di riferimenti al potenziamento della sorveglianza e delle dotazioni organiche dei parchi, drammaticamente insufficienti rispetto agli importanti compiti di difesa e valorizzazione di un patrimonio indisponibile dello Stato; le riserve naturali dello Stato che, anche quando sono comprese all’interno dei parchi nazionali, restano in capo al ministero delle politiche agricole, con una evidente contraddizione gestionale; la gestione della fauna; il piano del parco, l’utilizzo dei loghi-marchi del parco che deve essere omogeneo. Infine le royalties devono confluire in un apposito fondo gestito dal ministero dell’ambiente, dedicato ad attività di conservazione e a garantire introiti minimi, che nella versione attuale mancano, favorendo aziende di acque minerali e petrolieri.

Ribadiamo: al sistema che conserva la biodiversità italiana serve una modifica della legge, che sia davvero funzionale al rilancio dei parchi e delle aree protette del nostro paese, all’individuazione di una nuova missione che concili l’imprescindibile e tradizionale conservazione della natura con la possibilità di attivare economie, controllare e difendere il territorio, diffondere cultura e legalità.

Dunque bisogna riconoscere e contabilizzare i benefici derivanti dalla tutela del territorio, non sottraendosi all’erogazione delle risorse, individuando le misure più adatte con le quali incentivare il modo di fronteggiare la critica situazione attuale. A tal proposito la Cgil ha chiesto, fin dal primo ed unico incontro avuto con il ministro dell’ambiente, di costruire un’intesa finalizzata ad evidenziare un piano d’azione strategico e condiviso sull’insieme delle questioni ambientali e delle loro relazioni, inclusa un’effettiva politica occupazionale.

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