Quello che mi ha sempre colpito di Valentino Parlato – che è stato il mio direttore al manifesto in varie fasi della storia del “quotidiano comunista” – era la sua capacità di incassare le critiche più feroci e di rilanciare. Non si accontentava delle ricette semplici quando si discuteva di politica, di economia e di cultura. Era sempre alla ricerca di qualcosa di più nell’interpretazione dei fatti. La sua capacità di incassare come fanno i grandi pugili non derivava ovviamente da debolezza, anche se spesso era questa l’accusa che gli si faceva quando non aderiva ai desiderata di una parte o di un’altra della redazione. Il suo non era un atteggiamento pavido di chi non vuole schierarsi (anzi il riferimento alla scelta partigiana di Gramsci era un suo chiodo fisso). Il suo obiettivo vero era quello di superare le contrapposizioni in avanti e non sempre – come sappiamo bene – il traguardo era a portata di mano.

Concordo pienamente con l’immagine che molti commentatori hanno proposto in questi giorni di ricordi. Valentino era un “compagno gentiluomo”, una persona colta che era in grado ogni volta di sdrammatizzare e perfino di proporsi con una umiltà stupefacente e comunque molto rara in certi contesti. L’importante era capirsi. Capire. Il suo approccio era giudicato spesso “moderato” nell’ambiente del manifesto, ma poi la storia gli ha dato ragione. Molti, infatti, ci hanno ripensato e qualcuno ha cambiato anche campo. Valentino invece – come ha ricordato Luciana Castellina – si è continuato a definire comunista fino all’ultimo momento.

Ha ragione anche Rossana Rossanda nel ricordare il lato generoso del suo carattere. Per il giornale è sempre stato disposto a fare di tutto. Per ottenere fondi, contatti, sostegno politico, non faceva differenza per lui frequentare le stanze della borghesia che conta, le sedi delle banche o quelli dei partiti politici. Valentino è stato fondamentale per la sopravvivenza del manifesto in molti passaggi difficili, quando si pensava – ed è successo spesso nella storia del giornale – di non potercela fare. Per il giornale ha condotto le battaglie a favore della libertà di stampa e per il sostegno all’editoria senza padroni. Per il giornale si cambiava d’abito frequentemente: da diplomatico e politico a rappresentante commerciale, magari a caccia di qualche pubblicità buona, quelle consentite dalle severe scelte etiche della testata.

Un’altra grande qualità di Valentino era quella di indicarci potenziali collaboratori in aree culturali e politiche non ortodosse o comunque non sempre già “battute” dal giornalismo di sinistra. In questa sua ricerca continua ho avuto anche io il privilegio di essere coinvolto in incontri con persone interessanti che per me – giornalista alle prime armi nei complicati anni ’80 – erano quasi sconosciute. Anche in quelle occasioni di “relazioni pubbliche”, Valentino Parlato riusciva a far sentire a casa anche le persone tendenzialmente più distanti. Con un atteggiamento laico e scanzonato. Con la serietà profonda di chi ha scelto di non prendersi mai troppo sul serio.

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