Una storia incredibile di pellegrinaggio fra strutture sanitarie per un’interruzione di gravidanza. Ma la giunta regionale non garantisce per il futuro.

A marzo la notizia ha fatto giustamente scalpore: “Giulia”, una donna padovana quarantenne, ha bussato invano la porta di 23 ospedali per veder applicata una legge dello Stato, la 194/78, riuscendo ad interrompere la gravidanza solo dopo l’intervento della Cgil.

Pochi giorni fa la magistratura, che ha aperto autonomamente le indagini, ha stabilito che la signora ha avuto una risposta entro i termini di legge, per cui nessuna norma è stata violata. Ciò è bastato perché l’assessore regionale Luca Coletto (che inizialmente si era detto preoccupato, annunciando perfino che avrebbe avviato una indagine interna) gridasse alla bufala, alla strumentalizzazione per scopi probabilmente politici. Quindi Giulia si è sognata tutto, la legge 194 funziona benissimo e non c’è mai stato alcun problema.

Invece il problema esiste, purtroppo. Giulia si è sentita rispondere ventitre volte no. Negli ospedali del Nord Est il 76% dei ginecologi e l’80% del personale sanitario sono obiettori di coscienza. In alcuni casi, in qualche ospedale arrivano al cento per cento. Il Veneto si trova in coda tra tutte le regioni italiane (assieme a Calabria, Umbria e Valle d’Aosta) per la lunghezza dei tempi di attesa tra il rilascio della certificazione e l’intervento di interruzione di gravidanza, che in molti casi viene effettuato al limite dei tempi (tre mesi dal concepimento) oltre i quali non sarebbe più possibile intervenire. Queste sono le uniche verità certificabili.

Giulia si è rivolta alla Cgil come ultima spiaggia, perché i margini temporali per intervenire si assottigliavano sempre di più. Probabilmente proprio per l’intervento della Cgil di Padova l’azienda ospedaliera cittadina si è attivata in maniera celere. Quindi è vero: sul piano giuridico la risposta è stata data entro i limiti previsti: ma sarebbe stato così senza l’intervento della Cgil?

Il caso comunque ha fatto emergere seri problemi sull’applicazione di una legge dello Stato, che è bene ricordare è nata per tutelare le donne che avevano come unica alternativa la pratica dell’aborto clandestino. Gli stessi assessori alla sanità ed al sociale, Luca Coletto e Manuela Lanzarin, hanno convenuto, il 23 marzo nell’incontro con la Cgil, sulla necessità di ovviare ad una situazione che vede nel Veneto persistere condizioni di difficoltà nell’applicazione della legge.

Entrambi gli assessori si erano impegnati ad effettuare monitoraggi sullo stato sia delle strutture ospedaliere che dei consultori, di lavorare per una rete integrata e di riconvocare una nuova riunione con il sindacato per valutare i passi da intraprendere e le strategie da adottare. Perciò la domanda che tutti dovrebbero porsi è: “In Veneto è garantita l’applicazione della 194?”.

Alcune domande. Le strutture pubbliche garantiscono questo diritto? Le tante Giulia che domani avranno legittimi motivi per interrompere una gravidanza, troveranno le porte aperte oppure dovranno peregrinare in più strutture sanitarie per far valere un diritto? Quali sono i tempi di attesa per le tante Giulia per svolgere l’interruzione volontaria di gravidanza? Domani la prossima Giulia dovrà peregrinare ancora per decine di ospedali sperando di far valere questo diritto entro i novanta giorni previsti, oppure per riuscirci dovranno intervenire ancora dei fattori esterni?

Sono domande scomode, che nessun giornalista ha posto all’assessore ma che rimangono senza risposta, almeno finché non ci sarà un’altra Giulia a far esplodere il problema.

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