Abbiamo fatto bene, sabato 6 maggio, a festeggiare a Roma l’esito positivo della campagna per i referendum sui voucher e la responsabilità solidale negli appalti. Bisogna rilevare, purtroppo, che mai un risultato di tale portata è stato così silenziato o presentato in forma mistificata all’opinione pubblica. D’altronde, quando si determina una controtendenza rispetto alla vulgata neo-liberista, è prevedibile l’intervento manipolatorio dell’informazione da parte dell’establishment: nel nostro caso ha sostenuto la leggenda metropolitana per cui, con l’abolizione dei voucher, la Cgil avrebbe addirittura rilanciato il famigerato lavoro nero.

E’ opportuno analizzare retrospettivamente i motivi per cui il governo Gentiloni ha preferito la soluzione legislativa, evitando la conta referendaria, a differenza dell’atteggiamento “pilatesco” del governo Renzi nei referendum sulle trivelle dello scorso anno, promossi istituzionalmente da cinque Regioni.

Indubbiamente, al di là delle preoccupazioni che aveva suscitato all’interno della Cgil il ricorso allo strumento referendario, avere tenuto il campo testardamente per mesi, attraverso la raccolta delle firme nelle migliaia di banchetti attivati in lungo e in largo per tutta la penisola, ha determinato una mobilitazione senza precedenti nei confronti delle norme più odiose contenute nel jobs act, generando di conseguenza una forte aspettativa non solo tra i nostri delegati e le nostre delegate.

Inoltre la clamorosa sconfitta subita dal governo Renzi nel referendum costituzionale del 4 dicembre, grazie anche all’impegno congiunto di Anpi, Arci e dei molteplici comitati per il “no” che hanno affiancato la netta presa di posizione assunta dalla Cgil, ha certamente favorito un atteggiamento più prudente dell’entourage renziano. Anche in considerazione del fatto che la Corte Costituzionale, non ammettendo il referendum cardine sull’articolo 18, ha scientemente tolto di mezzo il pronunciamento sul quesito politicamente più rilevante.

Altresì la grave condizione economica in cui versa il nostro paese, testimoniata dalla crescita asfittica che lo contraddistingue nel contesto europeo, non avrebbe giustificato a quel punto il ricorso alle urne e un nuovo scontro con il mondo del lavoro. Quindi, con il decreto legge 17 marzo 2017, successivamente approvato dai due rami del Parlamento e la presa in carico da parte della commissione lavoro della legge di iniziativa popolare per la Carta dei diritti universali del lavoro, entriamo in una nuova fase che richiede un supplemento di riflessione.

Se lo Statuto dei lavoratori del maggio 1970 fu il prodotto di vent’anni di battaglie, da quando Giuseppe Di Vittorio ne aveva lanciato l’idea, non sfugge a nessuno che da tempo il movimento sindacale è collocato in una fase difensiva, privo di riferimenti politici di massa che abbiano al centro della loro strategia la valorizzazione del lavoro, e quindi con un Parlamento tutt’altro che predisposto a recepire i principi che la nostra Carta intende solennemente affermare. Per di più il referendum, in qualità di strumento di democrazia diretta, ha una sua cogenza: non è un caso che la legge 108 del 1990 sia stata varata dal governo Spadolini per evitare il referendum sull’estensione dell’articolo 18 sotto i 15 dipendenti, promosso nel 1989 da Democrazia proletaria.

Diversamente, l’istituto delle leggi di iniziativa popolare non ha mai determinato esiti positivi nelle aule parlamentari. Quindi, insieme al fondato ricorso della Cgil presso la Corte europea, al contempo deve essere ben vagliata la questione nodale della riconquista dell’articolo 18 “mediante un nuovo referendum abrogativo sulla base di un quesito semplificato”, come hanno ben argomentato Mario Agostinelli e Bruno Ravasio sul manifesto.

Proprio perché la condizione del lavoro odierno è sottoposta ad un pesante ricatto da parte del mondo delle imprese, per via del dilagare della precarietà e delle varie manomissioni intervenute sull’articolo 18, la Cgil non può pensare che una elaborazione di così grande respiro e spessore non abbia una sua piena e concreta attuazione in tempi rapidi. Pena il deterioramento ulteriore dei rapporti sociali e le prevedibili conseguenze sul piano organizzativo e della rappresentanza, giacché in molti auspicano, a partire dai neofiti del M5S, un ulteriore indebolimento del movimento sindacale.

La Cgil, quale soggetto autorevole e insediato capillarmente su tutto il territorio nazionale, può realisticamente assumersi l’onere di rispondere positivamente a quel 71% degli intervistati dall’Osservatorio Demos Coop, che hanno compreso sulla loro pelle come l’asimmetria di potere nei luoghi di lavoro ci riporti drammaticamente agli anni ‘50.

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