“Il nostro paese riesce se a riuscire è ciascuno di noi”. Non è uno slogan ad effetto quello di Jeremy Corbyn, che ha presentato il manifesto del Labour per le elezioni di giugno, tirandosi addosso tutte le critiche immaginabili di un sistema delle (tele)comunicazioni, inglese e non solo, che lo dipinge come il diavolo. Eppure, come annota il corrispondente londinese del manifesto, il suo programma “è da manuale del ministro delle finanze socialdemocratico: fine dello scandalo dei contratti a zero ore; pensioni agganciate all’inflazione e protette; cancellazione delle tasse universitarie (novemila sterline annue, circa diecimila euro); taglio ai siderali stipendi dei top manager; nazionalizzazione di ferrovie, energia elettrica, acqua (privatizzata da Thatcher nell’89, oggi ci sono nove compagnie idriche nella sola Inghilterra) e poste. Ancora: sostegno incondizionato alla sanità pubblica, più poliziotti e vigili del fuoco per rimediare ai tagli dell’austerity, reintroduzioni di fasce di sussidi alle famiglie”. Per trovare gli 86,4 miliardi di sterline necessari a queste riforme, il Labour propone un aumento della tassa sul reddito e soprattutto della tassa sulle imprese - quest’ultima è soltanto al 26% - e in parallelo di combattere l’evasione fiscale. “Un programma radicale e responsabile – tira le somme Jeremy Corbyn - che chiama in causa i più ricchi e le grandi aziende a pagare un po’ di più”. E’ per questo che i più ricchi e le imprese, da sempre capaci di fare (im)moral suasion sui media, detestano questo politico tutto d’un pezzo. Tanto quanto Corbyn è amato dalla sua base elettorale. La vittoria alle elezioni, con il sistema ipermaggioritario inglese, è una missione quasi impossibile. Ma almeno il Labour può tornare a guardarsi allo specchio, e riconoscersi. 

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