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In Iran, Hassan Rouhani si è guadagnato un secondo mandato presidenziale con il 57% dei 41 milioni di voti registrati nelle elezioni del 19 maggio. Su poco più di 56 milioni di potenziali elettori, ha deciso di votare il 73%: più di 23 milioni di voti sono andati al presidente centrista e pragmatico, artefice dell’accordo sul nucleare dell’estate del 2015 e protagonista della svolta “conciliatrice” di Tehran; circa 16 milioni sono stati attribuiti invece al suo principale sfidante, Ebrahim Raisi, vicino al leader supremo, l’ayatollah Khamenei, e rappresentante dei “principialisti” più ortodossi, la componente dell’establishment – dalle Guardie della rivoluzione ai falchi conservatori – che pensa di proteggere i principi della rivoluzione del 1979, e i propri interessi, evitando il più possibile le “contaminazioni” esterne.

Poco conosciuto dagli iraniani prima che la sua candidatura passasse il vaglio del Consiglio dei Guardiani, partito in sordina, negli ultimi giorni dell’accesa campagna elettorale Raisi ha finito per impensierire Rouhani, che però è riuscito a raccogliere circa 5 milioni di voti in più rispetto alle precedenti elezioni, nel 2013. È un successo elettorale innegabile. Più che alla fiducia per Rouhani, va attribuito alla preoccupazione per un ritorno al passato, ai tempi di un Iran belligerante, chiuso al mondo esterno, convinto della propria autosufficienza.

Nel 2013 Rouhani è stato votato per archiviare quel periodo buio, segnato dalla presidenza di Ahmadinejad. Poche settimane fa è stato rieletto a dispetto dei risultati deludenti del primo mandato: ha portato a casa come promesso l’accordo sul nucleare, facendo rientrare il paese nel consesso della comunità internazionale, ma le roboanti promesse sul “boom economico” (parole sue) che ne sarebbe derivato sono rimaste perlopiù tali, a dispetto di alcuni dati positivi. L’inflazione è scesa dal 40% dei tempi di Ahmadinejad al 12% attuale; la produzione di petrolio è passata da un milione di barili al giorno nel 2013 agli attuali 2,5; grazie all’accordo sono arrivati 20 miliardi di dollari risparmiati nella transazioni commerciali, che Rouhani dice di voler destinare agli investimenti (15 miliardi) e al sostegno alle fasce più bisognose (3/5 miliardi).

Ma rimangono i nodi critici: la disoccupazione al 12,7%, quella giovanile tra il 24 e il 30%; l’alto costo della vita; una bassa produttività; la difficoltà a far partire l’economia non legata al petrolio; un sistema bancario da riformare, per farlo tornare a “parlare” col resto del mondo.

Rouhani punta a una crescita dell’8% annuo. Sa che può ottenerla soltanto con la domanda interna e con “investimenti stranieri tra i 30 e i 50 miliardi di dollari l’anno”. Ma dovrà affrontare molti ostacoli. Due quelli principali, uno interno e uno esterno, tra loro legati. In chiave estera, dovrà fronteggiare l’amministrazione Trump, ostile al protagonismo regionale dell’Iran, tanto da aver invocato l’unità dei paesi sunniti contro Tehran. Una posizione che rischia di indebolire Rouhani e rafforzare il fronte di quanti in Iran invocano ancora “l’economia della resistenza”. Sono gli uomini più vicini al leader supremo Khamenei, gli esponenti della Guardie rivoluzionarie, degli apparati paramilitari e del ramo giudiziario: i rappresentanti dei grandi conglomerati economici che costituiscono il sistema-ombra della Repubblica islamica, le Bonyad, le fondazioni caritatevoli che valgono il 20% del prodotto interno lordo. Per loro, aprire l’economia agli investimenti esteri significa perdere il monopolio su settori strategici. Ma per Rouhani la loro presa sull’economia è un freno alla crescita. Chiede da tempo che almeno paghino le tasse, così da dirottare parte degli introiti del petrolio su politiche attive per il lavoro.

Proprio sul lavoro Rouhani rischia di perdere il consenso elettorale: ha creato circa 700 mila nuovi posti di lavoro all’anno. Ne servirebbero 1,2 milioni ogni anno. È la conseguenza del boom demografico degli anni ottanta, che ha modellato la società iraniana: 80 milioni di abitanti, il 65% con meno di 35 anni. Sono nati dopo la rivoluzione del 1979. Per loro le parole d’ordine del regime sono insensate. Hanno votato Rouhani perché, pur essendo un “insider”, incarna una certa discontinuità. Se non riuscisse a imprimere una svolta significativa all’economia, potrebbero girargli le spalle facilmente.

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