Le questioni generali affrontate nel “Rapporto sullo stato sociale 2017” (Sapienza Università Editrice) riguardano la natura della “grande recessione” iniziata nel 2007-2008, le sue connessioni con l’ipotesi che sia in atto una “stagnazione secolare”, la tendenza alla riduzione della dinamica della produttività, la valutazione critica delle proposte di decentramento contrattuale dei salari e i ruoli che possono essere affidati all’intervento pubblico e al welfare state per superare la crisi. Il Rapporto approfondisce poi le politiche economico-sociali connesse alle tematiche specifiche dello stato sociale in Europa e in Italia: le tendenze demografiche e migratorie, il mercato del lavoro, gli ammortizzatori sociali, il reddito minimo garantito, l’istruzione, i sistemi sanitario e previdenziale.

Nell’ambito dei sistemi di welfare, un ruolo particolarmente propulsivo sia per le condizioni individuali sia per lo sviluppo economico e sociale può essere svolto dall’istruzione. Tuttavia l’importanza che le viene accordata in ogni paese dipende molto dal ruolo che essa ha nel sistema produttivo e nelle politiche per lo sviluppo.

Nel nostro paese, la strategia seguita nell’ultimo quarto di secolo per accrescere la competitività, anziché previlegiare l’innovazione e la connessa formazione professionale, si è fondata principalmente sull’aumento della flessibilità del lavoro e sulla riduzione del suo costo complessivo. E’ una scelta miope confermata dal fatto che misure come la riduzione dei contributi sociali attuata dal jobs act non riescono a modificare significativamente e stabilmente i comportamenti delle imprese.

Il forte calo di nuovi occupati a tempo indeterminato successivo alla riduzione dello sgravio contributivo - dal 31% concesso nel 2015 al 12,4% del 2016 - fa anche capire come gli ulteriori progetti di ridurre definitivamente di 4-5 punti il cuneo fiscale siano inadeguati a stimolare assunzioni nell’attuale contesto depressivo.

D’altra parte, gli sgravi contributivi concessi appesantiscono significativamente il bilancio pubblico, riducendone le possibilità d’impiego per sostenere efficacemente lo sviluppo economico e sociale. Non è un caso, dunque, che la nostra spesa pubblica per l’istruzione sia tra le più basse in Europa e stia calando. Nel 2014, è scesa al 4,1% del Pil rispetto al 4,4% del 2010, mentre la media europea è del 5,3%.

La popolazione italiana tra i 30 e i 34 anni ha un livello d’istruzione tra i più bassi dell’Unione Europea: solo il 25% ha un titolo universitario e nel Meridione si scende sotto il 20%. Siamo molto lontano dalla media dell’Unione pari al 38,7%.Il nostro sistema universitario è più piccolo rispetto agli altri paesi: ci sono meno università, meno docenti e meno studenti per abitante. Tuttavia, le già scarse competenze dei nostri adulti risultano tra quelle meno frequentemente utilizzate dalle nostre imprese che, per lo più, sono impegnate in settori maturi.

Il divario tra la formazione dei nostri giovani e quella richiesta da una parte consistente del nostro sistema produttivo spiega la coesistenza tra l’elevata disoccupazione giovanile degli italiani, la crescente spinta alla loro emigrazione e l’occupazione più o meno irregolare degli immigrati che corrisponde meglio all’esigenza di ridurre il costo del lavoro.
C’è scarsa concorrenza tra lavoratori italiani e immigrati e di questi abbiamo bisogno; ma la diffusa irregolarità cui viene costretta l’occupazione straniera, che a volte scade fino al degrado delle condizioni di lavoro, finisce per inquinare l’intero sistema produttivo, sociale e civile.

Nel contempo, mancando in Italia anche un sistema finanziario sviluppato, i nostri fondi pensione privati investono all’estero circa il 70% dei 150 miliardi di risparmio previdenziale da essi gestito. Dunque, esportiamo anche il risparmio previdenziale che si ricongiunge con la nostra forza lavoro più giovane ed istruita all’estero dove, finalmente insieme, alimentano sistemi produttivi più evoluti e dinamici del nostro.

Si potrebbe fare di meglio per il nostro paese.

(L’articolo è pubblicato sul sito della Presidente della Camera, Laura Boldrini)

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