Permane la volontà di escludere dal Parlamento le domande di democrazia non sostenibili dal “sistema”.

Da oltre vent’anni, la legge elettorale è stata piegata ad obiettivi di pura utilità politica, quando non di bieca corrispondenza con esigenze di autotutela, distaccandosi sempre più dalla sua funzione costituzionale di esprimere la rappresentanza secondo la volontà popolare, con un voto “libero ed uguale”. L’Italia è l’unico Paese democratico del mondo in cui la Corte Costituzionale abbia, non una, ma ben due volte dichiarato incostituzionali leggi elettorali approvate dal Parlamento. E’ la dimostrazione evidente della crisi della politica e della sua incapacità di produrre risposte nell’interesse generale del paese e rispettose della Costituzione, che prescrive che una legge elettorale abbia l’obbligo di garantire la rappresentanza, non la governabilità. Quest’ultima, contrariamente alla narrazione che riempie giornali e televisione, per quanto assuma importanza per la ricerca di stabilità politica, non potrà mai avere lo stesso rilievo costituzionale.

Eppure questa gerarchia di valori è, illecitamente, rovesciata, nella rappresentazione di ciò che sarebbe necessario al paese e attraverso sofisticate quanto menzognere scelte legislative, da ultimo il “Rosatellum”. In questi giorni si parla di una intesa sul modello tedesco, ma non è per niente certo che venga proposto con la stessa intrinseca coerenza proporzionale, anche per i tentativi di piegare gli adattamenti a interessi di parte (premio di governabilità e voto unico sia nella votazione nel collegio uninominale che per la quota proporzionale). Tutto alla ricerca del voto utile, poiché non è previsto il voto disgiunto, come nel modello tedesco non taroccato. E verranno tagliate tutte le minoranze, con uno sbarramento al 5%.

La ragione per la quale parte rilevante delle forze politiche continua a presentare progetti che negano le prescrizioni della Costituzione ruota intorno al concetto di “governabilità” assunto, come giustamente scritto da Gianni Ferrara, come il nuovo vangelo, un nuovo vangelo per comandare e togliere lo scettro al popolo sovrano. Il costituzionalista aggiunge: “Ciò si ottiene con la dismissione della rappresentanza politica da parte dei partiti a favore della governabilità, con la propria trasformazione in comitati elettorali per i capipartito candidati alla alternanza tra omologhi. Ciò si ottiene mediante leggi elettorali esattamente funzionali alla governabilità delle masse (come quelle ordite da Renzi e che piacciono a Pisapia), con la selezione e l’esclusione anticipata delle ‘domande di democrazia non sostenibili dal sistema’ economico, domande, queste, invece funzionali alla espansione della democrazia, all’efficace garanzia dei diritti sociali, domande antagoniste al capitalismo”.

Questa esigenza delle oligarchie dominanti è il vero fulcro delle recenti leggi elettorali italiane e di quella in gestazione. Non a caso la informazione pubblica, nella sua quasi totalità, spinge verso la narrazione di un paese destinato ad essere instabile e declinante senza “le garanzie di governabilità”. Non una parola sul fatto che instabilità e declino sono state, in questi anni, la costante di “governabilità politiche” fondate su leggi elettorali orientate a comprimere la rappresentanza (in contrasto con la Costituzione) per garantire la stabilità.

Questa rimozione del vero nodo da affrontare - rappresentare al meglio “il popolo sovrano” - non può portare che ad un distacco dei cittadini e ad un’astensione dalla partecipazione alle vicende del paese. Perché se la politica, e il modello istituzionale su cui si sviluppa, non “respira” nella società, muore. Un punto drammatico, che non va sottovalutato, soprattutto da quelle forze sociali come il sindacato che hanno bisogno come dell’aria di una rappresentanza dei valori del lavoro.

La dimostrazione di ciò è la recente ed inquietante scelta di reintrodurre i voucher, proseguendo nella precarizzazione del lavoro con in più l’intollerabile ed immorale aggiramento dell’articolo 75 della Costituzione, su cui sarebbe indispensabile una presa di posizione del capo dello Stato, garante della Costituzione stessa. Mi auguro di sbagliare, ma mi sembra ci sia una sottovalutazione della crucialità di questa esigenza nel dibattito e nelle scelte della Cgil. Senza una sconfitta del dogma della “governabilità”, con parlamenti non rappresentativi e asserviti alle leadership partitiche, chi difenderà nelle aule di Camera e Senato il progetto e i valori contenuti nella Carta dei diritti della Cgil?

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