In “Libertà di migrare” (Einaudi, pagine 130, euro 12), Calzolaio e Pievani analizzano le inarrestabili migrazioni, anche in conseguenza dei cambiamenti climatici. 

 

Storicamente il genere umano migra, poiché a partire dal continente africano per dispersione e frammentazione si sono formate specie e sottospecie distinte, che hanno occupato ogni luogo del pianeta in grado di permettere una riproduzione consapevolmente orientata all’agire comunitario. Tutto ciò con la finalità di garantire le condizioni di sopravvivenza, grazie alla grande capacità di adattamento - quella che l’antropologo tedesco Arnold Gelhen ha definito “l’apertura dell’uomo al mondo e ad un immenso campo di sorprese” - che da due milioni di anni ha generato una storia delle migrazioni che ci ha condotto al presente.
Nella consapevolezza crescente che l’insostenibilità sociale e ambientale del modo di produzione capitalistico e i reiterati conflitti che insanguinano il pianeta rendono sempre meno ospitali vaste aree del globo, si ripropongono di conseguenza lungo tutto il corso del ventunesimo secolo imponenti migrazioni, interne agli stati e internazionali, con caratteristiche assai diverse da quelle che hanno contraddistinto in un non lontano passato il mito dell’America.

Per approfondire i fenomeni migratori nella loro cronologia storica e affrontare realisticamente gli scenari futuri, è assai efficace la lettura del saggio di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani “Libertà di migrare”. Un libro, in particolare, in grado di evidenziare le contraddizioni che si stanno delineando in rapporto alla Dichiarazione universale dei diritti umani del dicembre 1948, che prevede il diritto alla libertà di movimento e di migrazione. Infatti, come ha sostenuto acutamente Padre Solalinde, il religioso messicano candidato al Nobel per la pace, “la questione dei migranti sta polarizzando il mondo”.

L’acuirsi delle diseguaglianze economiche a livello mondiale determina analogamente una profonda diseguaglianza rispetto alla teorica libertà di migrare, poiché al diritto di uscita dagli stati non corrisponde un altrettanto diritto di entrata. I muri, i pattugliamenti in mare e le barriere giuridiche - che l’arcigno ed egoista nord del mondo frappone all’ingresso di coloro che esercitano il diritto di fuga da persecuzioni e guerre e dai disastri geofisici, nonché da quelli idrometereologici generati dai cambiamenti climatici - dimostrano di non reggere nella loro architettura, dinanzi alle cifre impressionanti della pressione migratoria.

La vicenda siriana ha fatto esplodere il numero dei rifugiati e degli sfollati interni, dato che il Medio Oriente è da tempo lacerato da molteplici conflitti, per via degli interessi imperialistici sul piano geopolitico e dell’appropriazione delle risorse petrolifere. L’Unhcr ha stimato, nel 2014, 59,5 milioni di migranti forzati, distribuiti nei campi profughi per lo più collocati nei paesi confinanti economicamente meno sviluppati, a fronte di un milione di siriani che hanno trovato ospitalità nella ricca Germania.

Invece, dal 2008 al 2014, i migranti ambientali a causa di eventi estremi e la conseguente delocalizzazione sono stati calcolati dall’ong Idmc in ben 185 milioni di persone di 175 differenti paesi, con danni economici ingenti. Infine, il quinto rapporto del gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici Ipcc ha stimato in 40 milioni gli abitanti di grandi città costiere a rischio di sommersione, e in 200 milioni gli spostamenti di persone da qui al 2030 a causa della desertificazione dei suoli, di cui 60 milioni potrebbero muoversi dall’Africa subsahariana verso il nord dell’Africa e l’Europa.

Per Calzolaio e Pievani, a fronte di scelte migratorie tutt’altro che volontarie, non solo devono essere abbandonate le distinzioni amministrative dei migranti, ma unitamente ai naturali obblighi morali nei confronti dei profughi, i negoziati sul clima dopo la Cop21 di Parigi devono farsi carico dei profughi ambientali e della gestione della loro ricollocazione. Al contempo, sulla base dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile, adottata dall’Onu il 22 settembre 2015, le politiche migratorie dovranno essere pianificate e gestite con quella “virtù necessaria, ma purtroppo scarsa al momento, che è la lungimiranza”.

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