La conservatrice May puntava sul tracollo del Labour, ma è restata senza maggioranza.

L’8 giugno scorso la Gran Bretagna è andata al voto anticipato.
Dopo mesi di suspence e qualche dichiarazione del primo ministro volta a negare la possibilità di elezioni prima della scadenza naturale nel 2020, Theresa May annunciava, subito dopo Pasqua, il voto anticipato. Tra le tante ragioni addotte, i sondaggi, del tutto favorevoli al partito conservatore, e la volontà di ottenere un mandato forte per i negoziati sull’uscita dall’Ue. Secondo il piano escogitato dal primo ministro, la vittoria conservatrice doveva essere inequivocabile, tanto da ridurre al niente la debole opposizione del partito laburista.

Ma i piani, anche i piú sofisticati, a volte non si realizzano soprattutto se l’incognita maggiore è proprio la volontà del popolo.

Ma andiamo con ordine. Subito dopo l’annuncio delle elezioni, i partiti publicano i loro manifesti. Quello conservatore è decisamente vecchio modo: non dà segno di abbandonare la politica di austerità, con un pareggio di bilancio per l’anno 2025, e reintroduce perfino la caccia alla volpe (abolita nel 2004), insieme ad altre misure decisamente impopolari come l’abolizione dei pasti gratuiti nelle scuole o l’inclusione della casa di proprietà come forma di rimborso dell’assistenza geriatrica statale.

Il partito laburista adotta, invece, un manifesto che è stato definito di ‘estrema sinistra’ per gli standard anglosassoni, ma che si colloca perfettamente nella tradizione socialdemocratica europea. Il Labour promette di ridurre il deficit di bilancio aumentando le tasse sui ceti piú abbienti e di reinvestire le risorse pubbliche nelle infrastrutture, trascurate da anni e peggiorate dalla privatizzazione. Misure di alto gradimento tra il pubblico, tanto che il 60% dei cittadini sostengono la proposta di riprendere in mano pubblica le ferrovie, baluardo dei programmi di privatizzazione dei governi Thatcher e Major.

L’altra differenza tra i due manifesti riguarda proprio la ‘Brexit’, con i conservatori che promuovono un’uscita netta sia dal mercato interno che dall’unione doganale ed un controllo sulle politiche di migrazione. In sostanza i conservatori preferiscono una mancanza di un accordo con l’Ue ad un accordo che imponga loro condizioni inaccettabili.

I laburisti, invece, mantengono una certa ambiguità, senza scartare la possibilità di rimanere nel mercato unico e nell’unione doganale, promettono si un’uscita ma verso un atterraggio più morbido.

La campagna elettorale è caratterizzata da un’assenza del primo ministro, che si rifiuta di dibattere in pubblico con in rivali, e da una ribalta del leader laburista Jeremy Corbyn, fino a quel momento sfidato internamente da una corrente del suo stesso partito che non ne ha mai accettato l’autorità nonostante Corbyn abbia vinto ben due primarie.

Eventi disastrosi, come gli attacchi terroristici a Manchester e Londra, e l’incendio di un palazzo popolare nel cuore dell’affluente quartiere di Kensington e Chelsea, catapultano il leader laburista in pole position per aver giustamente puntato un dito accusatorio contro i conservatori e la May, che, da ministro dell’Interno, ha presieduto ai tagli delle forze dell’ordine, del numero dei servizi d’emergenza e del loro equipaggiamento.

Tutti questi elementi hanno fatto sì che l’elettorato abbia punito i conservatori, che hanno ottenuto il 44% dei voti (contro il 41% dei laburisti), facendo loro perdere l’esigua maggioranza e costringendoli poi a dover concludere un accordo di sostegno con il partito reazionario unionista dell’Irlanda del Nord.

Durante la campagna elettorale la confederazione dei sindacati Trades Union Congress (Tuc) si è mantenuta neutrale. La confederazione, nonostante abbia fondato il partito laurista nel 1900, è politicamente indipendente, al contrario di alcune federazioni di categoria affiliate al partito laburista. Questo non ha impedito di esprimere giudizi in merito ai manifesti elettorali. Senza dubbio abbiamo apprezzato l’attenzione alle questioni piú vicine ai lavoratori come i salari, ed in particolare quelli pubblici il cui aumento è bloccato all’1% annuo (l’inflazione è intorno al 2.5%), ed i diritti dei lavoratori che rischiano di essere abrogati con la ‘Brexit’ visto che oltre il 60% delle protezioni per i lavoratori derivano dal diritto europeo.

 

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