L’Europa di Parigi non è per nulla diversa da quella che nel luglio del 2015 ostentò con intento pedagogico la propria disumana volontà di vendetta contro la Grecia di Alexis Tsipras. Ancora una volta vige il motto ‘guai ai poveri’”. Questa efficace sintesi di Marco Revelli, all’indomani del vertice Ue che nei fatti ha sigillato ancor di più la Fortezza Europa, è confermata sia dalle istituzioni internazionali che dalle Ong impegnate nel canale di Sicilia.
“La riduzione delle partenze dalle coste libiche è stata celebrata come un successo nel prevenire le morti in mare e combattere i trafficanti – denuncia Medici senza frontiere - ma sappiamo bene quello che succede in Libia. Ecco perché questa celebrazione è nella migliore delle ipotesi pura ipocrisia o, nella peggiore, cinica complicità con il business criminale”.

“Le persone vengono ammassate in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione - continua Msf - gli uomini ci hanno raccontato come a gruppi siano costretti a correre nudi nel cortile, finché collassano. Le donne vengono violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. Tutte le persone che abbiamo incontrato continuavano a chiedere di uscire da lì”.

A riprova, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati è chiaro: “Al momento non ci sono centri di accoglienza in Libia, non ci sono campi di accoglienza in Libia. Ci sono solo centri di detenzione, ufficiali e non ufficiali”. Così appare surreale la proposta del ministero degli esteri italiano di coinvolgere le Ong nella gestione dei campi: in risposta quest’ultime osservano che meglio sarebbe chiamare i cosiddetti “campi profughi” delle vere e proprie prigioni nel deserto. Luoghi dove è assente ogni pur minimo diritto umano.

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