Siamo un paese con molte emergenze e limiti storici. Un paese dove povertà e diseguaglianze aumentano, la crisi ha distrutto milioni di posti di lavoro e ridotto del 25% il tessuto produttivo. Dove da tempo mancano investimenti pubblici e privati e la disoccupazione giovanile è oltre il 35%, con tre milioni di persone senza lavoro e molti giovani costretti ad emigrare, mentre l’80% dei nuovi occupati ha un contratto precario e senza protezioni. Il nostro mercato del lavoro è un’anomalia tra i paesi occidentali sviluppati. La sanità, la scuola e la previdenza pubblica arretrano perché si privilegia il privato, manca il personale e non si fanno investimenti, non si rinnovano i contratti di lavoro, la prevenzione non è contemplata. Nei luoghi di lavoro si continua a morire per gravi responsabilità imprenditoriali e per i mancati controlli. Terremoti, alluvioni e incendi distruggono territori e vite umane, le case si sbriciolano e l’abusivismo è tollerato e difeso.

Queste, insieme ad evasione fiscale, corruzione, mafie, caporalato, illegalità e degrado, sono le vere emergenze che la politica e il governo dovrebbero affrontare strutturalmente, non con bonus e finanziamenti a pioggia.
Ma invece di dare risposte a questi problemi reali e al bisogno naturale di legalità e di sicurezza, di benessere sociale e di una vita dignitosa che cresce tra le persone, si è costruita una “distrazione di massa” che individua nel “problema immigrazione” la vera “emergenza democratica”. Si sta alimentando una pericolosa deriva valoriale e culturale, mentre sono le diseguaglianze sociali, il degrado, le ingiustizie che rischiano di uccidere la democrazia e i valori di solidarietà.

Di questo sento oggi il bisogno politico e umano di scrivere.

La xenofobia, il razzismo, i rigurgiti fascisti, i nazionalismi si stanno alimentando e diffondendo incontrastati senza interventi decisi da parte di chi - istituzioni, governo, magistratura - dovrebbe difendere i principi della Costituzione. E’ una lunga “onda nera” che travolge valori consolidati, solidarietà, umanità, e intacca la nostra rappresentanza sociale, lambisce i luoghi di lavoro portando divisione e conflitti laddove un tempo si costruivano coesione e solidarietà.

Tutto questo ci riguarda, ci chiama in causa. 

Non giriamo la testa, non arrendiamoci, com’è nella storia della Cgil e nella nostra di militanti di sinistra. Diamo forza, visibilità, organizzazione agli anticorpi che esistono nella società; facciamo i conti, sconfiggendola culturalmente, con la pulsione razzista che pure alberga in ognuno di noi, pronta a prendere il sopravvento alla prima occasione.

L’imbarbarimento sociale si diffonde nelle istituzioni, nei paesi, nelle periferie degradate, nel lavoro povero, tra chi già vive nella precarietà, senza una casa, un lavoro, un reddito.

Molti politici, strumentalizzando l’ignoranza, si fanno untori della paura e alimentano la guerra tra poveri. La politica diventa cinica, crudele, spregiudicata per un pugno di voti. Si rispolverano manifesti nazi-fascisti che additano l’immigrato, il nero come nemico e causa di tutti i mali, le storture, le ingiustizie e il degrado del paese. Persino della violenza sulle donne e degli stupri. Si inneggia, come i primatisti americani, alla superiorità dell’uomo bianco su quello nero.

La nostra Costituzione repubblicana e antifascista, nata dalla Resistenza, viene rimossa, sfregiata e umiliata, mentre bande fasciste organizzano ronde e una marcia su Roma contro la quale il 28 ottobre dovrà essere forte e imponente la mobilitazione nazionale indetta dall’Anpi.

Non sono gli immigrati a mettere in pericolo la tenuta dello stato democratico, ma queste pulsioni nazionaliste e fasciste. Pericolose derive che non trovano contrasto ma alimento nelle politiche di un governo di centrosinistra che insegue la destra, criminalizza e discredita le Ong e le associazioni umanitarie.

Siamo di fronte a un fenomeno complesso, difficile da governare, ma non servono i muri, le navi da guerra, i respingimenti. Un governo di centrosinistra non può darsi come primo obiettivo quello di ridurre gli sbarchi di profughi sulle coste italiane a costo delle loro vite, delegando tutto alla Libia, dove non ci sono garanzie umane e democratiche per chi scappa da terrore e povertà. Non si possono costringere le Ong a ritirarsi in segno di rifiuto di un sistema di respingimento che nega il loro ruolo di salvare vite e che rimanda i migranti all’inferno, in luoghi di abusi e di tortura.

Gli sbarchi, certo, si sono ridotti, forse si è guadagnato un pugno di voti, ma si è fatto un regalo alla destra xenofoba, mentre l’Italia ha perso la sua diversità insieme all’umanità, negando a tanti esseri umani la speranza di un accesso sicuro per la salvezza. E una politica pusillanime rischia anche di affossare, almeno per questa legislatura, la nuova legge sulla cittadinanza (impropriamente definita “ius soli”) mentre è lasciata ad un pugno di associazioni laiche e cattoliche la sacrosanta battaglia per l’abolizione dell’odioso reato di clandestinità introdotto dalla Bossi Fini (la proposta di legge popolare “Ero straniero”).

L’ipocrisia dell’ “aiutiamoli a casa loro” si è tradotta in un prezzo umano e politico inaccettabile. Per la sinistra è un disastro identitario, valoriale, la resa non inevitabile a un’onda emotiva fascista e razzista che va sconfitta.
E’ un’onda nera che non puoi cavalcare o assecondare da sinistra, perché porta via tutto ciò su cui si regge uno Stato di diritto e dissolve la natura politica e l’essenza stessa della sinistra.

C’è bisogno di pensiero alto, di organizzazione, di programmi che ripropongano ideali, di una lotta costante per far avanzare chi è indietro, senza voce né diritti, senza un futuro degno.

Per rendere tutte e tutti davvero uguali nei diritti e nelle possibilità.

C’è bisogno di una sinistra capace di avere una visione del mondo, di coltivare un sogno e un progetto sul futuro della nostra società. L’immigrazione è ormai da tempo questione politica e sociale di portata generale, un fenomeno epocale che cambierà la nostra vita e quella delle prossime generazioni.

Noi siamo la Cgil, non possiamo rassegnarci, accettare il degrado e la deriva populista.

Dobbiamo riprendere con più vigore e convinzione anche la battaglia politica e culturale sui valori, se non vogliamo soccombere sul piano identitario e su quello sociale.

Questo è il contesto, questa è la complessità della sfida che ci troveremo ad affrontare nel prossimo XVIII congresso nazionale della Cgil, forti di un patrimonio unitario di partecipazione, di mobilitazione, di proposta e di una rinnovata autonomia. l

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