Il centro sinistra ha fallito l’obiettivo di liberarsi del cosiddetto governo blu-blu alle elezioni dello scorso 11 settembre in Norvegia. Il partito Laburista è il principale sconfitto, mentre i piccoli partiti di centro sinistra sono avanzati di poco. Però la base parlamentare del governo di destra ha cominciato a sfaldarsi. Incombe una crisi politica più profonda, mentre crescono le contraddizioni sociali.

I 169 membri del parlamento sono eletti con un sistema proporzionale, in 19 collegi corrispondenti alle provincie. La soglia di sbarramento è al 4%, ma si possono vincere seggi direttamente nei collegi anche non raggiungendo la soglia nazionale, come è accaduto per due partiti.
Nei quattro anni della legislatura precedente, la Norvegia è stata governata da un esecutivo di minoranza formato dal partito Conservatore e dal cosiddetto partito del Progresso, una formazione di destra populista, da cui il nome di governo blu-blu, sostenuti, con un accordo formale, dal partito Cristiano democratico e dal partito liberale (neoliberista con una spruzzata di verde), anche se sarebbe bastato il voto di uno solo dei due partiti.

Negli ultimi anni, la Norvegia ha assistito ad una crescente frammentazione politica. Ora, in Parlamento, oltre ai già citati quattro partiti di destra, l’opposizione di centro sinistra include il Labour, il partito di Centro, il partito della Sinistra socialista, i Verdi e il partito Rosso. Comunque, l’intero spettro politico si è mosso verso destra durante l’offensiva neoliberista, dai primi anni ’80.

Per il governo blu-blu sono cambiate due cose importanti. Il partito Cristiano democratico dice di non voler più firmare accordi con partiti della destra populista, ma il governo per avere una maggioranza dipende da entrambi i partiti che lo sostenevano prima. Quindi, le basi politiche del governo sono più deboli, con la possibilità di caduta. Dato che in Norvegia non sono possibili elezioni anticipate, questo può portare a una forte instabilità o ad un’aperta crisi politica.

Viste le politiche impopolari del governo, molti si aspettavano una vittoria del centro sinistra. Il malcontento era particolarmente forte nel movimento sindacale. Ma la campagna elettorale del Labour, con il nuovo leader Jonas Gahr Store, si è dimostrata disastrosa. Uno dei principali “errori” è stato il flirt con il cosiddetto centro, cioè con i partiti che avevano sostenuto il governo dall’esterno e partecipato all’attacco ai diritti dei lavoratori.

Inoltre, il Labour non ha preso una chiara posizione contro la montante impopolare privatizzazione dei servizi pubblici e dello stato sociale. Né ha preso una chiara posizione contro la de-regolazione del mercato del lavoro, voluta dalle politiche neoliberiste dell’Ue, imposte alla Norvegia attraverso l’Area economica europea.

Il partito populista di destra ha avuto successo nel determinare l’agenda della campagna elettorale, giocando soprattutto la carta anti immigrazione e delle politiche identitarie. Il Labour è stato incapace di rispondere nell’unico modo possibile, cioè con una chiara linea di classe. Questo non è dipeso tanto dalla nuova leadership, quanto dal deficit politico generale della socialdemocrazia, permeata dall’ideologia della collaborazione di classe. Mentre oggi in larghe parti d’Europa (Grecia, Islanda, Irlanda, Olanda, Francia) la socialdemocrazia è in caduta fino al punto di scomparire, molte cose suggeriscono che anche la socialdemocrazia norvegese, meglio nordica, nonostante la sua fama di creatore del modello sociale scandinavo, stia seguendo, seppur più gradualmente, lo stesso corso discendente dei partiti fratelli europei.

Né il potere reale né lo spostamento dei rapporti di forza sembrano più parte dell’attuale narrazione dei socialdemocratici – la loro “ragion d’essere” è quella di amministrare il capitalismo entro i rapporti di forza esistenti. Di conseguenza, l’offensiva della destra politica non è realmente contrastata dai socialdemocratici. L’età d’oro della socialdemocrazia era basata sul compromesso di classe e rapporti di forza che hanno reso possibile avanzamenti sociali in un quadro di capitalismo regolato. Le basi materiali di tali politiche si stanno esaurendo, con la crisi profonda e la stagnazione del capitalismo e la conseguente offensiva neoliberista.

Il tentativo di ristabilire il compromesso di classe, con la sua cooperazione tripartita e il dialogo sociale, senza mobilitazione e scontro di classe, è un progetto illusorio in questa fase politica. Forse le elezioni norvegesi sono un altro segno della fine dell’era socialdemocratica. Tutti quelli, in giro per il mondo, che avevano guardato al modello nordico come obiettivo finale dovrebbero ripensare le loro politiche e strategie. Ma chi a sinistra può darci una reale prospettiva di politiche di classe?

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