Il tema dell’equo compenso è sempre stato centrale nelle rivendicazioni di tutte le strutture della Cgil che si occupano di professionisti, autonomi e free lance. Nidil, come Filcams, come Agenquadri e la Consulta delle professioni hanno sempre reclamato come quello dei compensi sia tema centrale e principale problema da risolvere: sempre molto bassi, arrivano a volte anche allo zero del lavoro gratuito - palese sfruttamento - occultato neanche troppo bene da foglie di fico chiamate formazione e curriculum.

Sono state diverse le realtà di rappresentanza del lavoro non subordinato, sindacali e associative, che hanno lamentato la mancanza del tema “compensi” nella legge 81/2017, il cosiddetto “Statuto - jobs act” del lavoro autonomo. Siamo a fine legislatura, e il tema del lavoro freelance sembra essere tornato all’ordine del giorno. Tanti sono, infatti, parlamentari e partiti che sembrano volersene occupare. Per qualcuno va riconosciuto un impegno di lunga data, altri sembrano essere stati folgorati più di recente.

Le proposte sono le più disparate. Iniziare dalla pubblica amministrazione - tema ineludibile - allargare l’equo compenso anche ai rapporti di consulenza per le aziende, stabilire i minimi attraverso dei parametri contrattati, o proposte che riporterebbero in vita le vecchie tariffe solo per i professionisti ordinisti. Un progetto - in fase anche avanzata - appoggiato dal ministro della giustizia, già candidato della sinistra Pd all’ultimo congresso, propone il ritorno di tariffe per i soli avvocati (avvocati che già subiscono l’impedimento, unico tra le professioni, di non potere essere dipendenti).

La posizione Cgil è da tempo orientata a richiedere un tavolo ampio di contrattazione dei compensi minimi in chiave anti dumping, per fornire compensi dignitosi ai professionisti ed evitare che il lavoro autonomo diventi un modo per eludere i costi e i diritti del lavoro dipendente. Crediamo, inoltre, che in tema di compensi la divisione tra iscritti e non iscritti agli ordini sia assolutamente dannosa. Il compenso equo deve essere per tutti.

Non si tratta tuttavia di definire un equo compenso per determinare il reale valore di ogni singola prestazione professionale, cosa assai complicata, ma per impedire che un giornalista venga pagato 5 euro a pezzo, un dentista 8 euro per una pulizia, un avvocato 10 euro a udienza, un architetto sia chiamato da un bando pubblico (!) a svolgere gratuitamente il proprio lavoro. Si tratta di definire una soglia che non può essere oltrepassata, perché rende antieconomica la prestazione del freelance. Allora ben venga una misura che impedisca tali pessime pratiche: riportare nel mercato i professionisti economicamente più deboli costituirebbe un argine alla concorrenza al ribasso, e conseguentemente migliorerà le condizioni di tutti i lavoratori.

Per questo tuttavia è necessaria una norma che stabilisca in relazione ai Ccnl il limite sotto il quale la prestazione diventa antieconomica e il compenso non adeguato, e tale norma non può che essere accompagnata dall’apertura di un tavolo ampio, che raccolga tutte le parti sociali, le associazioni, i rappresentanti del mondo del lavoro tutto, che individui i parametri e le specifiche da utilizzare per individuare questa relazione.

La creazione di questo tavolo ampio e partecipato sarebbe l’unico modo per evitare che la norma venga considerata dai diretti interessati “calata dall’alto”. E per evitare, inoltre, di trasformare una norma di grande valore in un enunciato di principio aleatoriamente declinabile. In questo tavolo ogni attore dovrebbe partecipare cercando di lasciare da parte i propri pregiudizi perchè, pur se deve essere rifiutata l’idea – strumentale - di irriducibilità del lavoro freelance ai Ccnl, bisogna ammettere che ci sono delle professioni e dei lavori svolti da freelance che non sono ivi normati, e per i quali l’assimilazione secca rischierebbe di creare più danni di quanti ne risolva.

Un tavolo del genere potrebbe peraltro servire anche come sprone per prevedere, in futuro, Ccnl più ampi, che intercettino anche i bisogni dei non dipendenti, con le loro omogeneità e le loro peculiarità rispetto ai dipendenti e che, nel solco della Carta dei diritti proposta dalla Cgil, estendano i diritti ad ogni lavoratore della filiera, che non permettano di scaricare i costi sui nodi più deboli della rete, sugli anelli più fragili della catena.

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