La statura intellettuale e quella morale, l’integrità umana, spesso non vanno assieme. Tuttavia abbiamo molti esempi di questa possibile integrità. István Mészáros è uno di questi. Allievo e collaboratore di Lukács, gli assomigliò molto. Grande capacità teorica e grandi qualità umane, grande modestia. L’ “uomo buono”, come Cases definì il maestro. Così l’allievo.

Nelle tragiche vicende dell’ottobre 1956 in Ungheria, Lukács fu internato per due mesi e poi liberato. Era intellettuale e comunista troppo conosciuto e stimato nel mondo, non lo si poteva uccidere come accadde a Nagy. Mészáros dovette abbandonare il paese e trovò in Italia un primo rifugio. In seguito ottenne una cattedra universitaria in Inghilterra, dove vivrà fino alla morte, il primo ottobre scorso.

Il lavoro del filosofo ungherese correva parallelo a quello del maestro. Il marxismo non poteva essere ridotto a mera teoria di legittimazione di un socialismo sfigurato, gerarchico, dispotico. Occorreva ritrovare l’anima genuina di Marx e proseguire la sua opera. Il nesso di sempre, di Marx e di Lukács, tra filosofia, economia e politica. In Mészáros la progressione di Processo storico - Forme di coscienza - Azione sociale e politica. Lukacs creerà, dal 1956 alla morte, nel 1971, due monumenti del pensiero: l’ “Estetica” e la, non conclusa, “Ontologia dell’essere sociale”. Nella sua visione, potevano contribuire a riprendere la causa del socialismo, così minato dalle sue contraddizioni interne.

Meszaros svilupperà il suo contributo dapprima con “La teoria dell’alienazione in Marx” del 1970 e poi con “Oltre il capitale. Verso una teoria della transizione”, nel 1995. Già nel 1971 richiamava l’attenzione sulla “distruzione ecologica” operata dal capitalismo, ancor prima del famoso rapporto “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma.

“Il sistema principale non è il capitalismo, ma il capitale. La sfida consiste nell’estromettere il capitale fuori dal metabolismo sociale. Questo è ciò che deve essere sradicato. E questo non è un ideale o una fantasia, ma un obiettivo. E non è impossibile”. La distinzione tra capitalismo e capitale per il teorico ungherese è cruciale. La Rivoluzione d’Ottobre ha semplicemente rovesciato le forme istituzionali del capitalismo, non la logica fondamentale del sistema del capitale. Questo malgrado il cambiamento delle forme di proprietà: non la collettivizzazione dei mezzi di produzione bensì la “statalizzazione”, con tutto quello che segue.

Il capitale, come diceva Marx, non è una “cosa”, non è quantità materiale, ma è “qualità”, è un “rapporto sociale”, un rapporto di potere, è la gerarchia capitale-lavoro. È la netta separazione tra chi dirige e chi esegue, è dominio e comando sul “lavoro”. Qui risiede la fondamentale “alienazione del lavoro”, nelle formazioni sociali capitalistiche e nelle sedicenti società socialiste. Da qui una delle cause del rovinoso crollo del socialismo reale e il ritorno al luogo d’origine, al capitalismo, non realmente superato. Si tratta quindi di creare l’ “alternativa alla società del capitale”.

Egli era ottimista, al pari del maestro, nel solco dell’ “ottimismo storico” della lunga storia del movimento operaio, socialista e comunista. Confidava in una ripresa della “offensiva socialista”. Anche e soprattutto in presenza della “crisi strutturale del capitalismo”, dal 2008 in avanti. Confidava nella autorganizzazione e nella autodeterminazione sociale, dei soggetti, delle classi subalterne e dei popoli, su forme di democrazia sostanziale e sulla eguaglianza sostanziale, non sulla esangue democrazia rappresentativa.

A partire dagli anni ‘90, Mészáros rivolse l’attenzione all’America Latina e ai promettenti processi sociali e politici che vi si svolgevano. Chavez lo definì “precursore del socialismo del XXI secolo”, favorendo la pubblicazione in spagnolo di “Oltre il capitale”. Divenne uno degli interlocutori privilegiati, oltre che del Venezuela bolivariano, dei movimenti sociali e della sinistra in Brasile, dove molte sue opere sono tuttora diffuse e discusse.

Mészáros ha parlato anche di “limiti assoluti” del capitalismo, nella sua riproducibilità come sistema. “Uscire a sinistra dalla crisi” rimane solo uno slogan. Importante, ma problematico. Oltre alle molte evidenze storiche per le quali si è piuttosto “usciti a destra”. Il problema consiste nel vedere quanta sia la forza o la debolezza del sistema e delle sue classi dominanti, ma anche e soprattutto nel capire la forza o la debolezza di chi contesta questo sistema. Sviluppo oggettivo e “forme di coscienza”, soprattutto nei paesi dei centri capitalistici, presentano divaricazioni importanti. Ha cercato di sviluppare questi complessi problemi con “Struttura sociale e forme di coscienza” del 2010, e con il lavoro teorico degli ultimi anni sullo Stato e sulla Politica, rimasto purtroppo incompiuto.

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