I referendum consultivi del 22 ottobre sull’autonomia promossi dalle Regioni Veneto e Lombardia hanno riproposto il tema del rapporto tra i diversi livelli dell’organizzazione dello Stato, del federalismo, del regionalismo differenziato, in un quadro caratterizzato da confusione negli assetti istituzionali e sulla titolarità nelle diverse materie e competenze, e dallo scarto tra competenze decentrate e progressivo taglio dei trasferimenti finanziari. Ma ne è risultato evidente il carattere di strumentalità politica, con finalità che travalicano l’obiettivo di una maggiore autonomia, e rischiano di determinare conseguenze inaccettabili sull’unità del paese e l’omogeneità dei diritti sociali e del lavoro su tutto il territorio nazionale.

La giunta del Veneto, forte del raggiungimento del quorum e del consenso quasi unanime dei votanti, già il giorno dopo ha deliberato due proposte di legge statali di iniziativa regionale, una per la richiesta di maggiore autonomia, l’altra per una modifica costituzionale che assegni al Veneto lo statuto speciale. Al di là dell’impraticabilità della seconda, nella prima si richiede maggiore autonomia su tutte le 23 materie previste dall’articolo 117 della Costituzione, e l’attribuzione alla Regione del 90% di tutti i tributi erariali riscossi nel territorio, a prescindere dalla necessaria intesa con lo Stato per l’individuazione delle materie, delle competenze e delle corrispondenti risorse economiche da trasferire.

Il tema delle risorse è centrale, e forse può essere l’unica sostanziale differenza rispetto allo status attuale delle regioni a statuto ordinario: un conto è trasferire proporzionalmente le quote che lo Stato spende ora per le funzioni che verranno attribuite, una sorta di saldo zero; un conto è trattenersi a monte il 90% di tutte le risorse, al di là di qualsiasi rapporto con quanto spende lo Stato per quelle stesse funzioni.

Se questo diventasse per tutti l’obiettivo finale, sia richiedendolo all’inizio della trattativa sia perseguendolo a valle del confronto - considerando che l’Emilia Romagna ha già avviato il confronto con il governo e altre Regioni hanno dichiarato di voler percorrere l’iter previsto dall’articolo 116 - si rischierebbe di mettere in forse il finanziamento delle materie di esclusiva competenza statale; l’equilibrio della finanza pubblica; gli strumenti perequativi di solidarietà; l’universalità e uguaglianza dei diritti fondamentali; la piena esigibilità dei livelli essenziali di prestazione e assistenza nei diversi ambiti.

La vera priorità, rispetto all’attuale situazione di oggettiva confusione e instabilità di fronte alle differenziazioni già esistenti tra Regioni ordinarie e speciali, non è un’ulteriore diversificazione dello status delle Regioni, ma al contrario una maggiore omogeneità attraverso una più chiara ripartizione delle competenze tra Stato, Regioni e amministrazioni locali. Così come è prioritario porre uno stop al progressivo taglio degli investimenti e delle risorse per il welfare, per le infrastrutture strategiche, per le opere di pubblica utilità, per la salvaguardia dell’ambiente e del territorio. Taglio che ha caratterizzato in questi anni le funzioni centrali dell’apparato statale, ma ancor di più i livelli istituzionale territoriali. Per invertire questa dinamica è necessario modificare gli attuali vincoli economici e finanziari, a livello europeo e nazionale.

Nella proposta di legge della Regione Veneto, viene ribadita e rafforzata la richiesta di piena titolarità sull’organizzazione, sull’offerta formativa integrata, sulla consistenza organica, sulle modalità di reclutamento del personale e sulla gestione contrattuale dei rapporti di lavoro in due ambiti importanti come l’istruzione e la sanità. In questa ipotesi, ci troveremmo in una situazione di inaccettabile scardinamento degli assetti generali e universali, e di superamento o svuotamento del Ccnl e della sua funzione di tutela generale, di omogeneità normativa e salariale, in ambiti strategici della società.

In questo quadro, la nostra priorità deve essere quella di contrastare, anche e soprattutto sul piano mediatico e culturale, le spinte all’autosufficienza, alla separazione egoistica, al nazionalismo e secessionismo che, seppur con molte diversità e contraddizioni, stanno caratterizzando diverse parti d’Europa. Idee che, per tante diverse ragioni, trovano consenso anche tra chi rappresentiamo. Potremo contenerle e modificarle solo se saremo capaci di dimostrare che quelle dinamiche avrebbero invece pesanti effetti negativi sulle condizioni economiche e di vita, determinerebbero più debolezze, più diseguaglianze, più contrapposizioni sociali e territoriali, più dumping competitivo.

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