èalquanto sospetto il forte interesse che accompagna le periodiche pubblicazioni di dati sull’andamento dell’occupazione nel nostro paese: sospetto giustificato, in quanto dai commenti provenienti da una certa parte politica sembra che l’unica cosa che importi sia il sostenere una volta di più la bontà delle politiche in materia di lavoro attuate negli ultimi anni.

Puntualmente la cosa si è verificata con la pubblicazione delle stime da parte dell’Istat relative al mese di agosto 2017: i dati “danno questo messaggio: siamo in un ciclo positivo e va incoraggiato”; “giù la disoccupazione, su gli occupati. Il jobs act funziona”. Queste alcune delle dichiarazioni del segretario del Pd, ed ex presidente del consiglio.

Effettivamente, ad una lettura superficiale, le stime Istat dicono di 36mila (+0,2%) occupati in più ad agosto rispetto a luglio, e di 42mila disoccupati in meno (-1,4%); lo stock degli occupati parrebbe risalito ai livelli pre-crisi del 2008, con 23,124 milioni complessivi contro i 23,078 milioni medi del 2008. Ma le buone notizie finiscono qui.

Anzitutto il numero degli occupati va rapportato alle diverse platee di forze di lavoro potenziali esistenti nei due periodi considerati, 24,7 milioni nel 2008 e 26,027 milioni nel 2017. Da ciò deriva che il tasso di occupazione (il rapporto tra occupati e popolazione attiva) era comunque più elevato nel 2008: 58,8%, contro il 58,2% dell’agosto 2017. Permane una forte crescita dei disoccupati, che erano stimati in 1,62 milioni nel 2008, contro i 2,9 milioni attuali.

In secondo luogo occorre tenere presente che nelle rilevazioni statistiche con i criteri Eurostat chi lavora 10 ore alla settimana è considerato occupato esattamente come chi ne lavora 40. Mancano stime recenti Istat sul totale delle ore lavorate, ma secondo uno studio dell’ufficio studi della Cgia di Mestre nei primi sei mesi del 2017 sono state lavorate 21,7 miliardi di ore, con una riduzione di 1,1 miliardi (-5%) rispetto al 2008. Tutto ciò per la diffusione a dismisura di lavori e lavoretti precari, e il moltiplicarsi di passaggi forzosi a part time per evitare i licenziamenti, a fronte di ammortizzatori sociali sempre più inadeguati. Considerando una media di 1.020 ore lavorate in un semestre, 1,1 miliardi di ore corrispondono ad oltre un milione di lavoratori a tempo pieno in meno, con tutte le relative conseguenze sul reddito disponibile. D’altra parte ci sarà bene un motivo se la povertà continua su livelli assolutamente drammatici.

In terzo luogo, salvo brevi fiammate diverse e costate fior di miliardi allo Stato, i rapporti di lavoro sono sempre più quelli precari e a basso costo. Su questo versante si registra una certa convergenza di vedute tra l’Istat, che effettua stime in base alle rilevazioni statistiche, e l’Inps, che misura le attivazioni, trasformazioni e cessazioni dei rapporti di lavoro sulla base delle dichiarazioni uniemens. L’Istat stima su base annua un aumento degli occupati dell’1,6% (+375mila unità), per effetto di +417mila dipendenti e -42mila autonomi; dei dipendenti in più, 350mila sono a termine, e solo 66mila (15,8%) a tempo indeterminato.

Anche i dati di settembre, diffusi lo scorso 31 ottobre, non si discostano di molto: l’incremento dello stock di occupati rispetto ad un anno prima scende a 326mila (+387mila dipendenti e -60mila autonomi); dei 387mila dipendenti, 361mila sono precari e solo 26mila (6,7%) a tempo indeterminato.
Secondo l’Inps, i nuovi contratti di lavoro attivati nei primi otto mesi del 2017 sono 4,598 milioni totali, con una crescita del 19,2% sul 2016 e dell’11,1% sul 2015. I nuovi contratti a tempo indeterminato, al netto delle trasformazioni di rapporti già in essere, vedono una parabola discendente: dal 28,8% del totale del 2015 (in presenza del regalino dell’esonero contributivo), al 21,3% del 2016, e al 17,2% dell’anno in corso. In particolare, mentre il saldo tra attivazioni totali e cessazioni è positivo per 944mila, quello dei tempi indeterminati è negativo per -483mila.

Tra i rapporti più precari in assoluto, è in forte incremento il contratto a chiamata: da 121mila del 2016 a 278mila nel 2017 (+129,5%). Così come va segnalato il ricorso sempre più sregolato ai tirocini extracurricolari, veri e propri rapporti di lavoro ipersfruttato. Ultima ciliegina sulla torta: il dato degli occupati in più su base annua (326mila) è il risultato di +415mila over50, +22mila 15-34enni e ben 110mila 35-49enni in meno. Insomma calo del volume di lavoro complessivo, aumento del precariato, crescita dei lavoratori più anziani: non male per chi ha devastato il diritto del lavoro in nome del superamento del dualismo tra anziani “ipergarantiti” e giovani “outsider”.

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