Il 6 ottobre si è svolto lo sciopero nazionale del personale delle Province e delle Città Metropolitane. Indetto da Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl, lo sciopero ha visto i lavoratori partecipare a numerose iniziative regionali, e ad un presidio nazionale in piazza Montecitorio. Obiettivo: rivendicare al governo e al Parlamento un intervento che, attraverso la legge di bilancio, ponga fine allo stato di permanente precarietà finanziaria che le province conoscono ormai da molti anni. Precarietà che mette continuamente a rischio i servizi ai cittadini, fino a mettere in discussione, nei casi più gravi come quelli delle province siciliane o calabresi, lo stipendio stesso dei lavoratori.

i tratta di un contesto prodotto dallo stesso governo nel quadro della stagione che, antecedentemente alla vittoria del “No” nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, ha visto le Province al centro di una campagna politica che le ha spacciate per inutili sovrastrutture burocratiche, invece che importanti realtà per presidio politico e democratico del territorio. L’esito di questa campagna è stata la cosiddetta riforma Delrio dell’aprile 2014: una legge ambigua e ambivalente, accompagnata da un dibattito a tratti parso privo di contenuti che non fossero l’esigenza di risparmiare sul costo della rappresentanza, o di infliggere una severa lezione alla così detta “casta”. Così facendo, si è furbescamente data in pasto all’opinione pubblica non solo la classe politica provinciale, ma anche chi era chiamato a garantire quotidianamente servizi e diritti, ossia i dipendenti delle Province italiane.

Com’è stato possibile affrontare il tema di una riforma dell’ente Provincia con tanta approssimazione? La legge Delrio prevedeva che le Province esercitassero alcune funzioni fondamentali, come la pianificazione territoriale, la pianificazione dei servizi di trasporto, gestione dell’edilizia scolastica, mentre ulteriori funzioni venivano riconosciute alle Città Metropolitane. Su questo quadro complesso interveniva però, a gamba tesa, la legge di stabilità 2015 che prevedeva la riduzioni degli organici delle Province e delle Città Metropolitane rispettivamente del 50% e del 30%, e la restituzione alle casse dello Stato, da parte di questi enti, di 650 milioni di euro nel 2015, 1.300 nel 2016 e 1.950 per il 2017. In questo modo, il legislatore precipitava nel caos il processo di attuazione della riforma delle Province. Infliggendo tagli di personale e di risorse di quella portata, palesava poi la volontà di vedere le Province “sparite” ante-litteram, persino rispetto ai compiti ridotti attribuiti dalla legge.

Solo la mobilitazione dei lavoratori nel dicembre del 2014 impose al legislatore di indicare altre soluzioni per le sorti del personale, impedendo che l’unico strumento fosse la mobilità biennale e poi il licenziamento. Purtroppo la soluzione indicata, il portale della mobilità delle pubbliche amministrazioni, si rivelerà per molti versi inutile e controproducente.

Oggi, a tre anni e mezzo dall’approvazione della legge Delrio, il quadro è confuso e lascia il senso di una sconfortante indeterminatezza. Il personale delle Province delle Regioni a statuto ordinario è passato da circa 48.000 unità nel 2014 a 32.755 nel 2015. Circa 7.900 unità sono fuoriuscite passando per la ricollocazione di alcune funzioni alle Regioni, o attraverso il portale della mobilità. Altre 3.000 circa sono andate in pensione. Ci sono poi altri 5.337 addetti dei Centri per l’impiego il cui destino resta incerto, nonostante la mobilitazione abbia costretto il governo ad impegnarsi per la loro ricollocazione presso le Regioni.

Sempre la mobilitazione dei lavoratori ha fatto sì che alcuni interventi normativi abbiano parzialmente ridotto la portata dei tagli, potandoli a 622 milioni nel 2015, 867 nel 2016 e 1.730 nel 2017. Tuttavia lo sforzo è ancora insufficiente: infatti, per il solo svolgimento delle funzioni fondamentali, la società Sose del Mef ha certificato che sono necessari ulteriori 600 milioni circa per i bilanci delle Province. Il governo, con i decreti del giugno 2017, ne ha stanziati 180, di cui 70 destinati a coprire lo squilibrio nei bilanci delle Province e Città Metropolitane. Uno stanziamento insufficiente: ne servirebbero più di 200 solo per evitare procedure di dissesto finanziario di almeno 32 Province.

Oggi i lavoratori delle Città Metropolitane e delle Province chiedono che ci sia un ripensamento complessivo della “riforma”; che venga ripristinato un livello di finanziamento strutturale dei servizi e ripensato complessivamente l’assetto delle funzioni delle autonomie locali, valorizzando e non svilendo l’opportunità rappresentata dall’ente intermedio Provincia, specie in un paese che soffre per le ridotte dimensioni di molti Comuni.

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