Quando una multinazionale come Ikea minaccia di chiamare i carabinieri durante uno sciopero, per una bruttissima storia di licenziamento individuale di una mamma coraggio, il segnale è chiaro: “La morale è che le esigenze dell’azienda devono andare sopra ogni cosa - annota Marco Beretta dalla Filcams milanese - perfino sopra quelle di una madre con un figlio disabile che non può coprire un turno che inizia alle 7 del mattino. Poi, più in generale, il fatto che dopo il jobs act le aziende si sentono più libere di poter licenziare, anche per chi conserva l’articolo 18 come questa lavoratrice, che è in Ikea da ben 17 anni”.

Nel confermare il licenziamento, Ikea ricorda: “La signora Marica Ricutti ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità, e l’azienda si è sempre dimostrata disponibile a concordare le migliori soluzioni per contemperare le necessità della lavoratrice con le esigenze connesse al suo lavoro”. A seguire, ma senza entrare nel merito, la multinazionale puntualizza: “Negli ultimi otto mesi la signora Ricutti ha lavorato meno di sette giorni al mese e, per circa la metà dei giorni, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio”. Chissà perché. Poi il riassunto della storia, raccontata peraltro in termini analoghi dalla stessa lavoratrice. Con l’autodeterminazione dell’orario di lavoro - per forza di cose, viste le necessità di una madrea separata, con due figli alle scuole elementari di cui uno disabile – e poi, per Ikea, “di fronte alla richiesta di spiegazioni, la signora Ricutti si è lasciata andare a gravi e pubblici episodi di insubordinazione”. Tradotto: la denuncia al sindacato. “Marica non può avere un turno che concili le esigenze familiari”, sintetizza Susanna Camusso. Come vederla diversamente?

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