Alessandro Dal Lago, “Populismo digitale”, 14 euro, pagine 169, Raffaello Cortina Editore. 

Il termine populismo è da tempo incontestabilmente al centro del dibattito politico, si moltiplicano le pubblicazioni, e non manca chi intende declinarlo a sinistra, sulla scorta dell’elaborazione del filosofo argentino post-marxista Ernest Laclau. Ma, se non ci si vuol far catturare dalla sirene dell’idealismo, bisogna materialisticamente indagare le cause che hanno determinato l’ondata populista su scala mondiale, stante l’egemonia neoliberista, il ritorno a rapporti di lavoro di stampo ottocentesco, l’indebolimento delle organizzazioni di rappresentanza del movimento operaio, il progressivo e vistoso spostamento a destra dell’asse politico, emblematicamente esaltato dalla sorprendente affermazione di Donald Trump nelle elezioni americane del 2016.

Tra l’altro, il vertiginoso acuirsi della polarizzazione sociale, come Marx aveva ampiamente previsto, ha incrementato a dismisura le diseguaglianze economiche e di reddito, generando, da un lato, un dominio sempre più oligarchico sulla società, e, dall’altro, un forte risentimento sociale, che per varie ragioni, dopo la vicenda traumatica dell’89, non trova forze politiche di sinistra consistenti ed attrezzate ad interpretarlo adeguatamente. Al punto che assistiamo ad uno svuotamento degli istituti di rappresentanza, cosicché il primato assegnato alle tecnocrazie e agli esecutivi nazionali e sovranazionali – sulla base del parere sovrano dei mercati – ci consegna uno scenario che il sociologo Colin Crouch ha acutamente definito come post-democrazia.

Quindi, se come ha rilevato il professore Jan Werner Muller “il populismo si configura come un’ombra permanente sulla democrazia rappresentativa”, il recente libro del sociologo Alessandro Dal Lago “Populismo digitale” ci permette di fare un altro prezioso passo in avanti nella comprensione del fenomeno. La sua analisi dei processi degenerativi in corso della convivenza civile e sociale mette a fuoco ciò che avviene in un ambiente, quello virtuale della rete, che una certa mitologia ha accreditato come “una sfera libera da condizionamenti” e conseguentemente regno dell’indipendenza assoluta dell’utente.

Se si pensa, solo per fare due esempi, che Donald Trump ha un seguito di ventidue milioni di like su Facebook e il suo profilo digitale è condiviso, tramite Twitter, quotidianamente da venti milioni di persone, mentre Grillo su Facebook ne ha due milioni (e il suo blog, già nel 2006, era al terzo posto dei siti più seguiti nel mondo), abbiamo un’idea – nell’epoca della post-verità – di quale potenza manipolatoria dispongano i nuovi leader emergenti nel rapporto con le loro comunità virtuali. E di come questa potenza manipolatoria sia in grado, paradossalmente, di incidere sulla realtà quotidiana e sulle decisioni politiche, attraverso la sguaiata e furbesca retorica dell’appello al popolo. Proprio perché, puntualizza Dal Lago, “questa è l’essenza di ciò che si chiama populismo: parlare per conto di un popolo che non c’è”.

Inoltre, stante che la viralità è contagiosa, la matrice dei temi agitati dalla retorica dei movimenti neo-nazionalisti sorti in tutta Europa (da Salvini alla Le Pen, da Grillo all’Afd tedesca, ecc. ) è comune: l’avversione contro la globalizzazione, l’odio nei confronti degli immigrati, l’antisemitismo, l’islamofobia, la psicosi del terrorismo, e altro del genere.

Quindi, per gli imprenditori della paura, la rete diventa il terreno fertile per sovreccitare gli animi, anche perché nell’identità virtuale, che prende il posto di quella reale, viene meno qualsiasi remora nei confronti dell’altro da sé, favorendo in questo modo l’invocazione salvifica dell’uomo forte, con tutto quel carburante che ha dato la stura a nuove forme di autoritarismo non solo nell’Europa orientale.

Infine, l’ultimo capitolo è dedicato ad un succoso approfondimento su Beppe Grillo e il suo blog, nonché sulla “natura inquietante del M5S”. Può sembrare eccessiva l’opinione di Dal Lago, che già nel 2013, in netta controtendenza con quanto sostenevano Paolo Flores D’Arcais, la rivista MicroMega e il quotidiano Il Fatto, aveva pubblicato l’incandescente “Clic! Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica”. Ma vale la pena leggere l’ultima puntata sul nostrano “parafascismo digitale”, per capire le ragioni della vertiginosa crescita dei suoi consensi.

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