L’esclusione della nazionale di calcio dai campionati mondiali del 2018 deve interrogare sul modello dello sport nel nostro paese. Tra i paesi europei, l’Italia si colloca in fondo alla classifica per attività fisica e sportiva. Esprimiamo il maggiore tasso di sedentarietà, anche nel confronto con altre realtà del sud e dell’est Europa, pure segnate da condizioni economiche peggiori.

Quello che fa la differenza sono i modelli e la cultura dello sport. Nel nostro paese, dal dopoguerra ad oggi, sono stati assolutamente fallimentari, scaricando prevalentemente sul cittadino i costi della pratica sportiva e l’onere della conoscenza dei benefici (fisici, psicologici e sociali) connessi al fare sport. Una condizione unica, nel panorama europeo, che spiega anche le diversità enormi tra nord e sud d’Italia, con le zone più depresse segnate da percentuali più alte di inattività sportiva, piuttosto che la condizione diseguale per ceti sociali, con percentuali più alte di praticanti sportivi tra le classi più abbienti.

L’anomalia italiana è data prevalentemente dal ruolo storicamente assegnato al Coni, chiamato a funzioni in tutti gli altri paesi svolte dallo Stato, anche in termini di programmazione, promozione, indirizzo e controllo; oltre che di finanziamento indiretto e gestione. Al Coni è demandata la preparazione per le Olimpiadi e, attraverso l’articolazione delle federazioni sportive, la cura dell’insieme dello sport professionistico e agonistico. Al contempo si occupa di sport di base, finanziamento delle associazioni sportive, promozione dell’educazione motoria nella scuola primaria.

Questa condizione, unica nel panorama mondiale, e un utilizzo delle risorse per molti decenni sbilanciato verso lo sviluppo dello sport agonistico, a scapito della promozione e diffusione di quello di base, spiegano perché il nostro paese abbia raggiunto risultati eccellenti in molte discipline sportive, pur essendo ultimo nelle classifiche riferite alla pratica sportiva. Oggi però, perfino nel calcio (con la federazione più ricca in assoluto) siamo di fronte all’esplosione di contraddizioni insite nel cattivo funzionamento del sistema.

Queste sono la decrescita demografica, con tassi bassissimi di natalità; la crisi economica, che ha sprofondato sacche sempre più consistenti di popolazione verso una condizione di povertà inibente anche l’accesso allo sport; l’incapacità di includere nella diffusione della pratica sportiva perfino i tanti bambini e giovani nati in Italia, figli di genitori stranieri (con la cittadinanza soltanto al diciottesimo anno di età). Rappresentano fattori strutturali di una selezione per classe sociale, che riducono notevolmente la base dalla quale possono emergere i nuovi talenti nel calcio e in altre discipline. Vi è poi il tema delle scuole calcio e di quelle connesse ad altri sport, che interroga direttamente sulla qualità e i sui diritti del lavoro.

Si possono stimare, a livello nazionale, non meno di un milione di addetti nelle attività connesse allo sport: solo poche decine di migliaia godono però dello status di lavoratore dipendente. Siamo in presenza, come denunciato dalla campagna “Diritti in gioco” promossa da Cgil, Slc e Nidil, di un settore segnato da un’atavica precarietà, dal ricorso sistematico a forme diffuse di “volontariato” che in realtà sottintendono lavoro nero e sommerso. Questo in un quadro segnato da vera e propria “anarchia contrattuale”, con assenza di regole precise, e da una legislazione confusa e carente.

In questo contesto operano “allenatori, istruttori e preparatori” senza previdenza ed Inail, non sempre formati e qualificati (l’eventuale spesa per specializzazioni ed attestati è, quasi sempre, a loro carico) per svolgere un lavoro tanto più delicato ed impegnativo se in relazione con bambini o adolescenti. Forse anche questi argomenti dovrebbero essere affrontati nell’animoso dibattito sviluppatosi dopo l’eliminazione dai mondiali di calcio, che vede rappresentanti delle istituzioni, politici, addetti ai lavori, commentatori e giornalisti confrontarsi e scontrarsi sull’individuazione delle colpe, delle responsabilità e di qualche capro espiatorio.

La politica dovrebbe occuparsi anche di tante altre storture presenti nel sistema sportivo italiano: l’utilizzo delle risorse, il rispetto della legalità, le profonde ineguaglianze e le discriminazioni, a partire da quella di genere, che relega le atlete donne, sempre e comunque, in una condizione di inferiorità dettata anche dall’esclusione dal rango di “professionista”. E’ impellente la necessità di costruire una alleanza, tra tanti soggetti istituzionali e sociali, finalizzata ad affermare lo sport come diritto sociale di cittadinanza: lo “Sport per tutte e tutti”, basato sul rispetto dei diritti del lavoro.

©2019 Sinistra Sindacale Cgil. Tutti i diritti riservati. Realizzazione: mirko bozzato

Search