L’ira di Brunetta dà la misura del cambio di passo prodotto dal rinnovo del contratto delle funzioni centrali: “Siamo tornati indietro di 10 anni e le parole della Madia (...) e l’esultanza della Cgil certificano il fallimento di una stagione che ha distrutto quanto di buono fatto dal centrodestra al governo”. Ossia scelte che hanno portato, durante una crisi economica e sociale senza precedenti, a ridurre tutele e diritti, legittimando la campagna feroce volta a rappresentare il costo del lavoro pubblico come uno sperpero da limitare anche bloccando dal 2010 i rinnovi contrattuali. Sarà la sentenza della Corte Costituzionale del 2015, che definisce illegittimo il protrarsi eccessivo del blocco dei contratti pubblici, a rendere esigibili le rivendicazioni sindacali, continuate sino all’accordo quadro dell’aprile 2016, che ha ridotto da 11 a 4 i comparti della PA. Il 30 novembre governo e sindacati trovano un accordo sugli aumenti retributivi per i pubblici dipendenti nel triennio 2016/2018: 85 euro mensili (un aumento del 3,5%). Arriviamo così, lo scorso 23 dicembre, alla pre-intesa sul contratto delle Funzioni centrali, ora alla consultazione dei lavoratori.

Un esito non scontato, ottenuto con grande fatica e impegno di tutta la Fp Cgil - a partire dai luoghi di lavoro - che ha continuato a credere nella possibilità di conquistare un risultato economico dignitoso e di riportare al centro della discussione le relazioni sindacali, svuotate di senso dal decreto legge 150.

Un primo risultato a cui dovranno seguire analoghi accordi negli altri comparti - scuola, sanità, funzioni locali. Ma se l’accordo del 30 novembre indica negli 85 euro mensili l’incremento contrattuale medio nel triennio 2016-18 va detto che i finanziamenti potrebbero risultare insufficienti. Regioni e Comuni segnalano forti criticità che vanno superate al più presto evitando ricadute negative per la cittadinanza (blocco del turn over, riduzione dei servizi, etc.), peggiorando ulteriormente la realtà del lavoro pubblico nel nostro Paese.

In questi lunghi anni senza contratto l’incessante riduzione delle risorse dedicate e i vincoli del patto di stabilità hanno avuto conseguenze negative sul welfare pubblico. Precarizzazione dei rapporti di lavoro, esternalizzazione di funzioni e servizi, aumento delle malattie professionali (e una pensione sempre più difficile da raggiungere…) sono solo alcuni dei grandi problemi da affrontare. Il rinnovo dei contratti non scioglie tutti questi nodi, è chiaro.

Eppure dobbiamo riconoscerne due contenuti determinanti. Il primo riguarda le quantità economiche, in linea con i rinnovi contrattuali sottoscritti nei settori privati. Una risposta alla continua pressione che, attraverso le iniziative di mobilitazione, la Fp Cgil ha messo in campo. Viene prevista un’una tantum erogata nella prima busta paga utile dopo il vaglio del ministero dell’Economia e della Corte dei Conti (26 mensilità 2016 e 2017 più i mesi del 2018 sino all’avvio effettivo dei nuovi contratti). Si è ottenuta la perequazione per le fasce più basse, a valere sino alla fine del triennio, a garanzia della fruizione del “bonus Renzi”.

Siamo consapevoli di non aver recuperato le tornate contrattuali perse, come del fatto che l’accordo va valutato a partire dalla complessa situazione politica, economica e sociale del Paese e dalle difficili relazioni con i governi che si sono avvicendati.

Il secondo contenuto – forse il più importante per le prospettive future - riguarda la contrattazione di secondo livello e la ritrovata centralità delle relazioni sindacali. Le Rsu verranno rimesse in condizione di confrontarsi con i temi legati all’organizzazione del lavoro, alla produttività, alla valutazione delle performance individuali e organizzative. Dove non arriva il confronto viene previsto “l’Organismo paritetico per l’innovazione”, sede in cui si attivano relazioni per formulare proposte all’amministrazione o alle parti negoziali della contrattazione.

Alla vigilia dell’elezione delle nuove Rsu, consegnamo ai delegati la titolarità reale sulla contrattazione di secondo livello.Si partirà da qui, con la tornata contrattuale che è già alle porte, nel 2019. Avremo la possibilità di incidere realmente sull’organizzazione del lavoro in una fase in cui il lavoro pubblico sta cambiando e nuove professionalità e nuove tecnologie si affacciano sulla scena. Questo significa formazione, nuovi organici, fondi dedicati. Dagli attivi territoriali di categoria sono emerse proposte, segnalazioni, difficoltà. Soprattutto la volontà di contare, di poter riprendere parola contrattando in azienda diritti, salari, tutele. Una fase nuova in cui essere protagonisti del rinnovamento della Pubblica amministrazione, rimettendo in relazione i bisogni dei cittadini e le risposte che il lavoro pubblico può dare per una società più inclusiva e meno diseguale.

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