Una recensione militante del film “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck.  

Sono andato a vedere “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, un film del 2017 uscito ad aprile nelle sale cinematografiche italiane. Non essendo un esperto, mi limiterò ad alcune considerazioni in attesa che altri più competenti dicano la loro. Insomma, questa è la recensione di uno che va al cinema. Ma, visto il tema della pellicola, quella che leggerete è una recensione militante.

Il film racconta un breve periodo della vita di Karl Marx, gli anni che vanno dal 1842 al 1848, con il suo passaggio dalla corrente filosofica della sinistra hegeliana alla elaborazione di una dottrina propria, e poi l’attività cospirativa nelle sette socialiste di metà dell’Ottocento, l’incontro con Friedrich Engels, la nascita della Lega dei comunisti, la stesura di “Miseria della Filosofia” prima, e quella a due mani con Engels del “Manifesto del partito comunista”.

Racconta, credo con qualche concessione sentimentale, la vita pubblica e privata dei protagonisti, offrendoci il quadro umano di due sovversivi, e con un riconoscimento che fa delle due donne che condivisero la vita con Marx ed Engels (Jenny von Westphalen e Mary Burns) due coprotagoniste, pur rispettando la realtà storica nella quale la seconda ebbe una parte importante nella attività e nell’organizzazione del movimento operaio.

In modo didascalico (qualcuno ha scritto da sceneggiato televisivo, forse perché il regista stesso ha frequentato il genere), attraverso sipari narrativi, ci viene mostrata la vita privata di due giovani intellettuali della borghesia tedesca, le loro relazioni affettive e sociali, la vita di esiliato di Marx e il sostegno costante di Engels, l’impatto dei due con la classe lavoratrice e i gruppi e le sette socialiste.

Gli esegeti potranno aver riconosciuto, anche quando non nominati o soltanto accennati, tutti i dirigenti del movimento operaio dell’Ottocento che finora avevano frequentato solo leggendo le loro opere, le polemiche tra loro, i libri di storia, e “scoprire” nella dimensione del racconto una loro immagine realistica. Il tentativo, riuscito, è quello di rendere popolari (o rinnovarne la popolarità), senza eccessive volgarizzazioni, alcuni capisaldi della teoria marxista. In primo luogo la teoria della lotta di classe, la legge del profitto, la critica della proprietà privata dei mezzi di produzione, la necessità della violenza come elemento di trasformazione sociale.

L’evento simbolico del passaggio dal socialismo utopistico e umanitario a quello scientifico e classista è rappresentato dalla sostituzione, durante una riunione della Lega dei giusti, del drappo “Tutti gli uomini sono uguali” con il nuovo striscione: “Proletari di tutti i paesi unitevi!” Mi permetto qualche parola sul regista Raoul Peck. Incuriosito dal fatto che qualcuno avesse deciso di girare un film su Marx nel nostro secolo, e che il film stesso fosse evidentemente pro-marxista, non solo dal punto di vista della costruzione del personaggio, reso umanamente simpatico come i suoi comprimari Engels, von Westphalen e Burns, ma visibilmente sostenuto nelle sue argomentazioni e nei suoi ragionamenti, sono andato a studiare chi fosse.

Peck è un regista militante. Con una formazione da militante della sinistra europea. Nato ad Haiti, ha vissuto in Congo, ha fatto l’università e ha lavorato come regista anche per la televisione tedesca. E’ stato ministro della cultura del suo paese durante la fase rivoluzionaria che successe alla caduta del regime duvalierista, ha un passato di documentarista, ed è l’autore nel 2000 di un altro film biografico, stavolta su Patrice Lumumba (“Lumumba”), che consiglio vivamente.

 

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